Salerno: Prendersi cura di qualcosa, di qualcuno.

Questo l’arduo compito dei clowns dottori.

Che cosa hanno pensano gli esperti in merito alla cura delle persone, ma soprattutto a quella di se stessi?

Se ne parlò sabato, 30 settembre 2017 dalle 9,00 alle 19,00 nell’Aula Scozia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Salerno, in via San Leonardo 131 durante l’evento: “Clown Dottori a consulto-  Prendersi cura di …”.

Sociologi, psicologi e clowns, presero parte a una giocosa tavola rotonda in cui spiegarono il percorso e il lavoro che bisogna fare su se stessi prima di diventare “Dotti” Clowns.

Cliccando qui, potete scaricare la dispensa che raccolse tutti gli interventi dei partecipanti al convegno, per il libero apprezzamento.

La solitudine smarrita del clown di Mauro Orlando,

contro “il raffinato orgoglio della rassegnazione” (E. Flaiano).

Scriveva Heidegger “ogni agire creativo ha luogo nella solitudine e nella consapevolezza dello smarrimento.. individuale e comune” ….. questo ci porta a pensare che l’incompiutezza e la finitezza non è il limite del pensare umano ma esattamente il suo senso, essendo “l’essere-solo un modo difettivo” delle esistenza umana.

Esistono tante modalità di essere soli ma esiste un solitudine particolarmente dolorosa che si traveste di lietezza e gioia, quella del Clown.

Non è la solitudine del “satiro” intellettuale, del “flaneur” salottiero inveterato, illuminista, paradossale e lieve intenta a smascherare luoghi comuni, accademismi, vezzi, velleità, mode delle decadenze contemporanee. Non è mai una solitudine che produce disincanto, lucidità cinica e malinconica per struggenti disilluse passioni.

Una solitudine che rinuncia a posare sul mondo orrendo e superficiale che lo circonda, che sempre meno gli somiglia, il suo occhio acuto, beffardo e addolorato d’irregolare e outsider ironico e sarcastico.

E’ invece la vocazione e la necessità di esporsi che lo costringe alla possibilità della derisione, della vergogna come forma d’isolamento o la lontananza dell’altro da sé che ride e non per la performance ma per pigra incomprensione o vera ignoranza.

E’ la figura del “debole omino calpestato”, come lo definì Majakovskij, maschera triste di Chaplin di un goffo e smarrito illusionista “malgrè lui”, maschera tragicomica della solitudine moderna. Una singolare e profonda forma di solitudine di “uno eroe solo … lo sguardo del singolo” nella incipiente e ormai realizzata società di massa.

Un antieroe dalla solitudine riflessiva e sentimentale che coincide con l’arte stessa sotto forma di volti imbellettati e gesti meccanizzati di “isole “ umane estrapolate e immerse nella folla distratta e selettiva.

A volte il Clown è portato nella sua creatività prêt-à-porter a mascherare la solitudine dell’uomo comune che si ritrova a conquistare una discreta popolarità grazie ad atteggiamenti buonisti, leggeri e anche demagogici che possono portare al populismo come raffinata forma d’isolamento e disagio di vivere.

E’ la solitudine dell’artista che parla del suo “io” con le parole poetiche o con la musica come scelta estetica e fuga e nascondimento dalla vita che si riscopre solo artigiano solo della lietezza, della gioia e della leggerezza come una forma speciale di “lavorare”.

Lavoro particolare che investe e pratica tutte le energie nella creazione continua dell’armonia inibita; isolandosi dalle passioni e dai sentimenti personali per svelare quelli degli altri.

Una solitudine appassionata in crescente tensione emotiva fertile e prolifica per eliminare le barriere sempre più insormontabili della modernità ha costruito intorno all’io isolato nella massa, sul divano domestico della propria famiglia, o del estraniante ufficio o posto di lavoro come forma subdola di estraneazione e separatezza dalla vita personale.

E’ la solitudine di una sorte sguardo di archeologo del proprio “io” per ritrovare il “clown” che c’è nel profondo, nelle pieghe, nelle crepe, di ognuno di noi per ritrovare il senso di bene comune e del legame indissolubile e a doppio filo al mondo della memoria e quello della speranza in una continuità che richiede soprattutto consapevolezza e responsabilità.

Una solitudine quella del Clown che punta alla riscoperta etica di comportamento ecologico con i territori e i paesi che ci hanno ospitato in un’operazione di concreta de-estetizzazione del paesaggio e dei sistemi abitativi nel senso non solo del criterio del “bello” ma del “buono”.

Una solitudine che va con il recupero dei piccoli gesti e delle parole essenziali del suo vero senso di viverla nelle sue diversificate ramificazioni, popolamenti e anche affollamenti.

Il Clown, dunque, non solo come maschera buona dell’antieroe nella modernità infelice e incivile ma come ricerca della parte nascosta, creativa ed eterna nel chiaroscuro di un’arte dell’isolamento e della coscienza critica e civica nell’emarginazione ed estraneazione sociale.