Gli studi paesologici di Franco Arminio e le mie frequentazione in giro per i paesi della “Geografia commossa dell’Italia interna”, partendo dalla costa con la mia moto de tempo, mi hanno fatto sempre considerare un concetto: “lo spaesamento” (di me medesimo), come una condizione “rischiosa” in cui gli individui (me stesso, teme) temono di perdere i propri riferimenti domestici che fungono da “indici di senso” e da ciò più propensi a trattare la tristezza e la stessa morte, con paura!

In verità Franco con le sue “Cartoline dai morti” mi ha dato conferma anni fa, quando ancora inedite ce le leggeva da un suo quadernone, di quello che pensavo della mia “ricerca pedagogica” del clown sociale-dotto e che resta sempre più convinta di riproporre attraverso un mito, un rito al contrario (da: nascita, vita e morte) che lo stesso Ernesto De Martino ricercava nel nostro profondo sud attraverso i riti magici. Ultimamente anch’io, arrendendomi all’incapacità degli umani, mi sono rivolto ad un clown per fare un rito collettivo sciamanico per provare a far scomparire alcuni dalle scene politiche: “morte, rinascita, più vita”.

De Martino nella sua idea “di presenza” la individua come crisi che già allora si caratterizza dalle e condizioni diverse nelle quali un qualsiasi individuo per particolari eventi o situazioni: malattie, questioni morali, migrazioni, sociali, sperimenta un’incertezza, una crisi radicale del suo essere storico della “possibilità di esserci in una storia umana” in quel dato momento scoprendosi incapace di agire e ri-determinare la propria azione, anche partendo e considerando i propri fallimenti.

La de/storificazione al negativo anche ideologica relativa ai comportamenti condiziona le relazioni umana in una dimensione mitico – simbolica, non più neppur mediate da una religione che diventata sempre più rancorosa, se non in alcuni casi ostile, se non ancor peggio da un’ideologia, dalla stessa capacità di trovare una medicina, da una distorta informazione, capace di guarirci, per costringerci tutti oggi a vaccinarci o ad affidarci, in “questo non presente”, ancora, come me, ai riti magici.

Il dato esistenziale ha scatenato la crisi: morte, malattia, paura e altro ancora, viene mentalmente astratto dal contesto storico per entrare “nel presente”, nel quotidiano di ognuno.

Ora se non viviamo più miticamente: per riconoscerci di nuovo in valori condivisi, lo stesso mito del sessantotto resta solo una buona narrazione!

Lo stesso rito dell’incontro resta un comportamento orientato ad uno scopo, ripetuto con parole e gesti di significato altamente simbolici, se non si prefigge di costruire un nuovo mito e rito, esso stesso, diventa vuoto delle “stesse presenze” che si prefiggono di ri-costituire una comunità ri-sorta.

Insomma, lo stesso incontro se pur si prefigge di diventare un circuito volto alla ri-costituzione di un valore, di un mito e di un rito rischia di non essere una soluzione della crisi della presenza se si astrae dalla storia reale in cui agisce un negativo.

Insomma, non ci resta dopo la “morte politica” di un idea, di valori etc, celebrare la resurrezione del povero Cristo che ogni anno torna sul monte, facendo diventare lo stesso Cristianesimo un grande rituale funerario per una morte esemplare risolutiva del vario morire storico e del non come riflessione spirituale, culturale, politica e per me qui solo esclusivamente pedagogia (esperienza dei vissuti) in questo tempo sospeso nel quale vivo come Clown Nanosecondo in pre-assenza di Enzo e della sua stessa “pre-senza umana”.

In tal senso attraverso il rituale “pedagogico del mio clown” della lettura di alcune “cartoline dei morti” (Ed. Nottetempo di Franco Arminio), mi ripropongo una lettura del mitico miracolo della resurrezione e mi pongo nella prospettiva di far MORIRE PRIMA, far RI-NASCERE E far RI-VIVERE CON UN’ALTRA PROSPETTIVA….. ANCHE ME!.. rispetto a ciò che muore che è già morto e non se ne era ANCORA accorto!

Abbiamo un esempio storico di soluzione della crisi ed è la garanzia, mediante la “fede della presenza” del risorgere non solo come persone ma come comunità. De Martino indagava sulla persistenza, nelle realtà marginalizzate del profondo sud ed oggi anche di tutte le periferie urbane ed anche lui si chiedeva: “ma, gli ultimi quando potranno essere i primi?”, ricordandoci il “pianto funebre”.

Rito antichissimo e diffuso prima dal Cristianesimo in tutta l’area mediterranea, che ancora purtroppo persiste in una certa forma di rovesciamento culturale nell’Italia di oggi, dove non c’è solo più un sud che vuole provare a guarire e che in ogni caso rivendica e che prova a riscattarsi, per non piangere più, ma anche un centro ed un nord ormai a sua immagina e somiglianza se non peggio. Pare che oggi, ci sia piu’ ricorso nel profondo nord ai riti magici che non nel sud.

Ora, se il pianto rituale nasce, a fronte della crisi del cordoglio e della esigenza di elaborare culturalmente un lutto, de-storificandolo dall’evento luttuoso, soggettivamente vissuto, per riportarlo ad una dimensione mitico – rituale, mi chiedo se non rischiamo (rischio) ancora adesso di dover continuare a fuggire via (io con la mia moto) e voi da un tempo ormai sospeso, per non piangere più?

Ho una speranza. La nostra esperienza in Comunità Provvisorie, come la nostra, rappresenteranno in futuro un’abitare in un “lussuoso niente”.

La casa della Paesologia di Trevico (AV) già oggi accoglie molti comunitari provvisori, soggetti smarriti che per effetto di un autismo corale, traboccante il frastuono dei mass – midia e delle nostre caotiche global city, si stanno ritrovando per non piangere più, riproponendo di cantare tutti insieme “bella ciao”!

Il pieno sta profondamente trasformando il sentire di ognuno ma è proprio questo pieno che ci spinge verso un “nuovo sentire” che pian piano diventerà motore trainante di molti, per evitare quel declino, che lo stesso contesto competitivo, non ci sta contaminando solo terre, mari e cielo, ma tutte le nostre stesse esistenze.

La stessa facilità del come acquistare beni e servizi sta condizionando la stessa trasformazione dei modelli di consumo. La stessa ricerca del nostro “lussuoso niente” resta però sempre più necessaria a tutti perché appartiene al fantastico alla possibilità reale di mantenere vivo un desiderio un sogno.

L’esigenza del “lussuoso niente” resta così fondamentale all’animo umano proprio perché quasi tutto ormai resta accessibile, non ci sono neppure più negozi con clienti, ma solo compratori. E quali possono essere oggi i loro desideri, le loro aspettative?

C’è necessita per questo di creare “nuovo marchi”, nuovi “beni immateriali”: un “lussoso niente” per creare un equilibrio, tra tradizione e innovazione, localismo e globalizzazione, esclusività e diffusione.

I piccoli paesi, come Trevico (AV), dove abitiamo nella nostra immaginifica “Casa della Paesologia”, sono di per se esclusivi ed unici, sono diffusi e quindi accessibili, sono realtà che rispettano la loro storia e identità e potrebbero essere capaci di trasformare la semplice complessità in opportunità di accoglienza e di “crescita col niente”.

Per questo credo che le nostre “Comunità Provvisorie” con le sue associate “Case della Paesologia” devono realizzare un “proprio marchio” del “lussuoso niente” e proporsi nel “mercato globale” dei sogni e desideri praticabili che la stessa esperienza vissuta mi rende sempre più consapevole della sua necessità e preziosità.

Il “Manifesto di Trevico” potrebbe rappresentare la premessa per l’elaborazione e la realizzazione del brand-marchio del “lussuoso niente”.

(immagine di copertina di Andrea Semplici, per amichevole e gentile concessione)

 

Annunci