In ognuno di noi vive e ci abita una presenza scandalosa, implacabile, che resta però onesta ai nostri bisogni d’amore. Questa presenza ci viene uccisa ogni giorno dalle forme delle maschere del quotidiano che abbiamo l’obbligo di mettere, ogni giorno. Quest’obbligo non è solo una forma di “costume morale” ma un modo di essere, fisico e mentale.

Nel teatro ciò viene rappresentato proprio attraverso l’uso delle diverse maschere, che hanno una necessità pedagogica e drammaturgica di farci accettare tutto ciò, che ben presto, ci accorgiamo che resta inutile.

Perché inutile?

Ogni nostra crisi e sempre una crisi di presenza. La prima di tutte è l’assenza a noi stessi, o meglio nella capacità di proiezione e “presentazione” di noi stessi nel mondo.

Chi sono io? Che ci faccio qui? Il clown ha bisogno sempre di giustificare la sua presenza.

Come in un attraversamento di un guado viviamo la nostra vita di margini. L’unica cosa in coscienza resterebbe il vivere in una pozzanghera in cui anche la più piccola buca, per fortuna però, ci produce un’azione intenzione che ci apre alla necessità di ampliare il nostro punto di vista, non solo sulla pozzanghera dove abbiamo messo i nostri piedi, per trasformarci tutti in ranocchi, pur di soddisfare, come la principessa, il nostro bisogno d’amore.

Nel clown cosi si abbandona la forma pensiero maschera, per acquisire una nuova “postura narrativa” molto più semplice e che si basa sull’affrontare tutti i nostri conflitti, che restano gli elementi fondativi per una scoperta di sé.

In tal senso il “se” però diventa congiunzione e non più affermazione, di uno io scisso e frammentato, ma di relazione tra l’io è l’altro, da me.

Attraverso la pedagogia del “mio” clown si crea un tramite tra quell’io scisso ed un sono riappacificato che non pretende più di sentire tutto in tutte le maniere, o meglio nelle maniere (maschere) date, ma circoscrivendo ogni desiderio li attua attraverso una semplice intenzione, il fare qui ed ora: verbalizzando semplicemente ogni conflitto in poesia.

Il paradosso e che lo stesso conflitto fra quest’io e il mondo viene espresso nella forma più schietta, onesta, romantica ed in questo senso il clown è poesia fatta persona.

Nella poesia non c’è mai morale se non un fine a se stessi poetico. La poesia ci aiuta come la fiaba a sciogliere i blocchi e ci spinge, ci obbliga ad immaginare un qualcosa che va oltre ogni siepe. Un infinito oltre quella siepe che altri ci hanno opposto al nostro sguardo. Qui un mondo nuovo ci appare. Spazi inesplorati, non più limitati da confini invisibili, al nostro potenziale espanderci.

Ogni essere clown va preso per quello che è, pensando al pudore e alla sete di vita di ognuno che a volte rischia di essere ancora prigioniera di una adolescenza che non è stata capace di farci costruire fantasie gigantesche e immaginifiche.

Agli occhi del clown cosi appare un mondo disincantato (si non incantato) non più condizionato nello sguardo. L’essere clown cosi va oltre ogni profilo nebbioso, o di montagne che non siamo riusciti a scalare, apre semplicemente la vista verso una terra piena di echi che con le loro frequenze rompono i blocchi.

Pare che in ognuno di noi esiste una finestra diversa che ci faccia vedere il mondo sotto una luce diversa. La luce è quella dell’esperienza che rimane. La luce è il nostro stesso brancolare selvaggio e ignorante, l’inseguimento alla cieca di quei desideri disperati e sempre beffati dalla sorte.

Ora però sappiamo che non esisterebbe la luce senza le ombre. E sappiamo adesso che la dimensione delle nostre ombre ci fanno misurare la distanza tra noi e la stessa fonte di luce.

In fisica si studia la curvatura dello spazio. I desideri nella loro grandezza restano le cause del principio di curvatura che resta relativa alla forza gravitazionale dei pianeti ed in noi all’avidità per non farci divorare dal mondo.

I limiti sono infiniti e gli aspetti di queste forze non ci fanno riuscire ad abbandonare la nostra ragion d’essere insaziabili di queste energie., ma è proprio catturando queste energie che nell’ebbrezza del possibile gioco tra luci e ombre che lo stesso conflitto diventa una forza strutturante dello stile del nostro essere clown.

E cosi potremmo comprendere meglio del come il nostro essere clown è composto da esseri superiori, “angeli perduti?”.

Clown Nanosecondo

 

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