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soggetti smarriti di mauro orlando foto per gentile concessione di federico iadarola1Continua il viaggio alla ricerca del significato delle parole curato dal Prof. Mauro Orlando*

(*)Presidente Onorario della nostra Comunità RNCD

I miti e i significati della parola “delusione” sono parti integranti del pensiero filosofico e, per definire le passioni dei grandi personaggi di tutta la cultura antica e moderna.

Entra nella nostra esperienza il problema della caducità e provvisorietà del vivere e   si introduce nel nostro modo di essere, così pigramente attestato su consolidate credenze, che vengono ribaltate rapidamente dal confronto diretto con le storie concrete e le necessità di interpretazioni. E apre il cammino a nuove forme di conoscenza, a nuove attese, a nuove domande, le cui risposte risultano affatto scontate.

Le passioni e il “logos” hanno segnato il lungo cammino dell’occidente e non solo. Passio è la passione di Cristo, Cicerone aveva chiamato le passioni perturbatio animi, la passione tempesta dell’animo. Allo stesso modo Agostino, la nostra mente simile a uno specchio d’acqua che, non turbata da venti, riflette l’anima. Ma se l’acqua è intorbidata, finiamo preda della cecità, della follia temporanea, schiavi di un padrone esterno, che è noi, e che fa uscire l’uomo ‘fuori di sé’.

L’ira, l’offesa di qualcuno, il dolore per l’umiliazione, che si accompagnava in Aristotele a pensieri di vendetta, al desiderio di vendetta, secondo una passione declinata al futuro, perché succeda qualcosa che vogliamo ardentemente. Ma in realtà non alterano la calma le passioni, né esiste grado o animo imperturbabile cui si aggiungono le passioni, amore, invidia, ira. E lo stato d’animo tranquillo, secondo noi punto di arrivo, è invece il risultato di un processo, il risultato di tutta una civiltà, che ha contrastato con sforzi titanici i moti dell’animo.

Né è esistito all’inizio lo stato d’animo tranquillo, per poi essere perturbato, né la ragione è il tiranno che tiene a bada la passione, in quanto ambedue convivono, in una cooperazione conflittuale, antagonista, perché non c’è passione senza ragione, e viceversa.

La ragione, logos legato all’umile radice di legumi, è ciò che si raccoglie e si mette insieme, la ratio viene dalle le pietruzze con cui si facevano i conti, pensare e parlare in greco. La ragione come qualcosa di compatto, ma non è così. Essa è articolata, collegata alla passione. Non esiste un’immacolata percezione, o ragione o passione e, come c’è cambiamento nel mondo dei sensi, così nella razionalità, che è sempre accompagnata da una certa emozione. E le etichettiamo come qualcosa di prorompente le passioni, a differenza delle emozioni che non ci trascinano, ed è la musica che può bene spiegare l’intreccio emozione e ragione, in questa sua convivenza stretta fra il vago e l’esatto matematico.

Allo stesso modo non c’è opposizione ragione-passione, ordine disordine. Se, ad esempio, ‘vado in bestia’ (secondo un’espressione codificata) quando un amico dimentica di portarmi un documento che aspettavo, irrazionali sono le passioni perché è spropositata la reazione.

Ma se questa reazione è la saturazione di tutte le frustrazioni della mia vita, un lascito di lungo tempo, allora è commisurata la reazione, perché non è più in rapporto con il singolo evento.

Hanno una loro logica le passioni, mettono insieme ‘quello che c’entra e quello che non c’entra’, e mentre la logica della ragione è analitica, la logica della passione è sintetica: complementari e antagoniste le due logiche. Le idee e convinzioni del presente e del passato ci confortano e spiegano il quadro generale e ricordano che riguardo lo stato prolungato di “delusione” che la passione dell’ira fu la prima parola adattabile a un comportamento di risposta della nostra cultura, l’ira di Apollo, che fa strage nell’Iliade, e di Achille, che non sa controllare le passioni. Mentre già Ulisse, tra i Proci, al cuore che ‘gli latrava come una cagna’, ‘taci mio cuore’, diceva, ed è il primo segno di controllo sulle passioni. Non logos contrapposto a passioni, ma astuzia, e la ragione è astuzia di dilazione.

Il punto importante è che la civiltà ha tentato di bonificare istinti e passioni con varie strategie, da Aristotele agli Epicurei agli Stoici, ponendo il ragionamento contro le passioni. Le tragedie greche e il logos per dominare il terrore della vita. E l’anima come la biga alata tirata dal cavallo nero non controllabile, ovvero delle passioni, e il cavallo bianco obbediente all’auriga, ovvero della ragione. Fino all’età moderna quando, con Cartesio, tutte le passioni sono buone, e si rimette in discussione tutto quello che si predicava in passato.

Ma esistono passioni malvage da curare, sono manovrabili le passioni?

I latini parlano di temperanza, possibilità di equilibrare le passioni, giocando le une contro le altre. Per gli stoici la lotta contro le passioni è determinante, perché sono perversioni della ragione. E dopo le persecuzioni dei cristiani, è il platonismo rigoroso a prevalere. Digiuni, cilici, frustate, per compiere l’ascesi verso l’alto attraverso il dolore del corpo, da cui nasce la catalogazione delle passioni, i 7 peccati capitali.

Tutte le grandi passioni verranno recuperate solo in seguito, il piacere onesto del Valla, l’elogio della pazzia di Erasmo (mentre Lutero, come i cattolici, condanna le passioni, cancro della ragione per lo stesso Kant), e poi ancora nel Settecento.

Delusione è un sentimento o passione particolare ….lunga in età classica …..corta e istantanea e meno profonda in età moderna…….comunque è sempre declinata al passato, il desiderio appunto negato di una esperienza che ha rappresentato il mondo e la realtà in cui, in maniera consapevole e partecipata , ci siamo trovati ad operare.

Nelle società relativamente poveri   i cambiamenti sono atti della volontà di ribaltare i tavoli del consenso e dei divieti attraverso passioni e sentimenti caldi che non sempre si consolidano in realtà solidi…..mentre nello stadio del consumismo contemporaneo, se restano le stesse le passioni, moltiplicati risultano i desideri, sembrando infinita la possibilità di realizzarli.

Ad una semplice lettura critica si   entra direttamente nei meccanismi del sistema industriale e tecnologico contemporaneo e se ne colgono facilmente ed a volte con precisione i tratti fondamentali, quelli che determinano il cambiamento degli uomini e del modo di intendere l’esistenza stessa.

Per smaltire una produzione ormai divenuta imponente, rispetto alla capacità di acquisto della popolazione, nel 1840 gli economisti francesi inventano il consumismo. Ma assieme bisogna alimentare i desideri, consumare (da cumsumere, che vuol dire impilare, impilare la merce nei grandi mercati), e introdurre sistemi per far consumare. Nasce il Bon Marché nel 1852, il primo supermercato, e la grande disponibilità di merci abbassa il prezzo unitario, facendo aumentare il numero dei compratori, ed anche il desiderio di comprare. E mentre i grandi supermercati distruggono i piccoli bottegai, nascono le vetrine nel 1902, che espongono la merce e invitano a entrare nel negozio, e nel 1935 il carrello. Nel 1957 la carta di credito, e poi la pubblicità e le tv commerciali dei nostri giorni, che alimentano ancora il desiderio di comprare.

Nella storia del Novecento, dal taylorismo al fordismo, gli operai restano appendici della catena di montaggio ma, con l’aumento dell’occupazione, aumentano sempre di più le vendite.

‘Esplodono’ i desideri e, dalla passione ai desideri, questa diviene la nuova tendenza anche nell’ambito dei rapporti personali e sentimentali. Un mondo di desideri in cui sembra che ciascuno realizzi se stesso, e qui la critica si fa particolarmente dura, perché la realtà è ben diversa, e diviene invece necessaria una strategia di compensazioni per le delusioni cui si va necessariamente incontro.

La millenaria educazione della Chiesa sulle passioni continua ad avere un suo peso, mentre la scolarizzazione di massa dispensa conoscenze che non sviluppano le capacità di controllo sulle passioni. Si può intravedere in un tentativo di discorso finale uno specifico riferimento alle responsabilità di questo degrado quando, a seguito della perdita dell’etica pubblica di gestione delle passioni, lui parla di una gestione della nostra personalità legata al modello del fai da te, che si afferma pericolosamente dappertutto.

In termini sociali e politici, le passioni sono forza vivificante, dice, ma la debolezza dell’etica pubblica impedisce che le nostre passioni siano indirizzate in termini pubblici. E la politica degradata dall’aggravarsi delle diseguaglianze ne è il segno più grave, se in Italia ci sono 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, quando è la scuola che garantisce coesione sociale e sviluppo delle capacità di controllo sulle nostre passioni. Ma non ci si può aspettare tutto dalla politica, conclude, e dovremmo, senza demonizzare il consumismo su cui questo mondo si fonda, abituarci finalmente a vivere in modo diverso. Con una consapevolezza nuova che si accompagni a nuova conoscenza, si può consentire alla filosofia stessa di restituire significato alle azioni dell’individuo, in un mondo frastornato, caotico, che ha bisogno appunto delle passioni per recuperare l’ordine in una sorta di nuova geometria delle passioni…un passaggio esistenziale e politico in cui si mette in risalto che senza passione non c’è razionalità o almeno non entra pienamente in funzione “l ‘auriga”.

Platone stesso ritiene, contrariamente a Socrate, che l’anima non sia una essenza unica ma suddivisa in tre parti. E, nonostante da Platone ci separino secoli di vita, questa tripartizione risulta essere sempre attuale e presente anche se indubbiamente cambia il contesto socio -economico nel quale essa si trova a dover operare.

“Merita il nome di sapere soltanto ciò che conferisce il

giusto ordine all’anima”. (Sandro Biral)