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“divieto di sorpassare l’arte….del gioco

Johann Kaspar Schmidt, più tardi noto come Max Stirner nel suo libro L’Unico e la sua proprietà”, scrive: “Se io baso il mio caso su di me, l’Uno, che è basato sul creatore effimero e deperibile che divora se stesso, posso dire che ho basato il mio caso su nulla.” .

Molti lo definirono all’epoca “individualista anarchico” (ma lui negò questo appellativo, parlando semmai di “individualista egoista” (un sano egoismo non guasta mai) e così lui invitava a rompere la separazione tra arte, gioco e vita.

Mio figlio Andrea oggi mi ha scritto una frase in francese “Dèpassement de l’art” ho provata a tradurla così: “divieto di sorpassare l’arte….(aggiungendo) del gioco!”.

Bella sta storia mi sono detto è proprio oggi che c’è bisogno di mettere questo tipo di divieto!

Il tempo dell’arte del gioco se ne sono andati, l’obiettivo oggi è quello di raggiungere l’impossibile, come diceva la regina ad Alice nel paese delle meraviglie: “ogni giorno devi provare a pensare ad una cosa impossibile e provarla a fare!”

Questa sarebbe un arte vivente, che obbedisce a nessun canone estetico, e sarebbe presente a tutti i livelli della vita quotidiana.

In questo senso l’azione si è rappresentata anche nella stessa azione del “mio” Clown, quando se ne andava in giro con la moto del tempo. Invitavo le persone che incontravo a fare un giro con me sulla mia moto, nel regno del tempo all’incontrario; o semmai fare una capatina nel passato meraviglioso o nel futuro splendente; o anche quando invito a fare una passeggiata clownesca in una villa comunale; o in compagnia di comunitari provvisori nei paesi abbandonati o terremotati.

Certo ciò assume il significato di impegnarsi sul serio nella costruzione di nuove “case comuni” di situazioni nella vita di tutti i giorni, attraverso l’arte più antica del mondo: il gioco!

E qui alcuni giorni fa mi sono chiesto se non sia adesso urgente e necessario ritornare a giocare! Vi ho invitato a fare una passeggiata per lasciare una margherita su una panchina, e semmai chiedere a qualcuno se lei è ancora capace di rispondere:  “m’ama o non m’ama?”. Si semmai abbracciandosi la panchina come spesso mi invita a fare il mio carissimo amico Franco Arminio o semmai per “…andare a fare una vacanza intorno a un filo d’erba…” nei prati della “Geografia commossa dell’Italia interna”; o aspettare in un giardino che passi il soffio del vento per ascoltare il respiro degli amanti; o altre infinite attese sul margine di una rupe ad aspettare l’apertura del museo dell’aria; o abbracciarsi un lampione, per vedere se ancora c’è luce in fondo al viale e chiedergli semmai di illuminare la strada ancora un pò per tutti noi “soggetti smarriti” ; o guardare un passante aspettando che mi abbracci e mi riesca a fare/farci due coccole.

Tanto non ci costa niente, bisogna approfittarne,  è l’unica cosa che non si paga, è tutto gratis, e così provare a costruire – da soli – una piccola situazione senza futuro, qui ed ora, per chiedersi ancora una volta, quanto dura un tempo infinito: un nanosecondo!?

C’è bisogno ancora che l’arte del gioco esca fuori dallo logica di spettacolo-merce e cessa di essere solo un rapporto sulle sensazioni, desideri e passioni per diventare una organizzazione diretta di sensazioni più elevate: una vera rivoluzione pacifica comunitaria per sovvertire le sorti del mondo, almeno di quella parte che non ci piace.

In questo senso nell’arte del clown sociale, il clown “dotto”, che si prende cura prima di “se”, vi è uno stretto legame con la trasvalutazione nietzscheana, de la volontà di potenza e la realizzazione di Zarathustra: “Vivere come voglio o non vivo affatto!, avendo coscienza che l’immaginazione è più forte della volontà, e la nostra realtà è costruita oggi dai nostri riflessi condizionati.

Al centro di ciò il clown “sociale” mette la riconquista di relazioni umane che devono ritrovare una nuova passione per la “fondazione del gioco” eliminando ogni paura e terrore, che altri ci hanno costruito per renderci schiavi. Certo mi direte: “..ma la crisi non è banale!”; il nostro mondo è circondato dalle leggi e divieti, ma è proprio in questo senso che è necessario che tutti noi mettiamo a noi stessi un divieto: “il divieto di sorpassare l’arte …del gioco”.

Si sono bruciate le streghe presunte al fine di reprimere le tendenze divertenti e primitive conservate nelle feste popolari. Queste “feste” anch’esse oggi al servizio dello “spettacolo del consumo”. Le vere attività artistiche e ricreative oggi sono classificati nel “crimine” c’è bisogno di permessi ed autorizzazioni per andare in giro come clown!? Altrimenti e inevitabilmente che possiamo trovare spazio solo nel seminterrato, e “…morire uno alla volta come da sempre avviene, senza la gioia di morire per sempre, e finalmente tutti assieme” (F.Arminio).

Rifiutando di mettere in gioco specialisti, ne tanto mi definisco tale, se non per aver io stesso praticato il mio sogno ed i miei giochi, con la mia “moto del tempo”, vi invito a fare una semplicissima considerazione: quanti di noi oggi riescono con gioia a giocare?

Quanti di noi oggi hanno fiducia nell’incontro, con gli altri?

Ecco ri-sento forte il bisogno di  intraprendere una via che non ha bisogno di nessuna ideologia, se non quella del fare (nel qui ed ora) attraverso l’esperienza stessa del gioco.

Se volete di vita quotidiana, semmai la più banale possibile, la più stupida agli occhi dei più, ma come dicevo prima la più alta per costruire nuovi desideri di passione.

Mi sono accorto che molte delle persone che ho incontrato in questi anni nei miei …”Viaggi alla ricerca del “mio” clown…ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!” …. non conoscevano l’arte del gioco, e senza chiamare specialisti perchè non credo che ce ne sarebbero, inventarne di nuovi!

E, allora? C’è solo bisogno di una “rottura” dalla nostra alienazione della vita quotidiana. C’è bisogno di disincantarci per riscoprire la bellezza dell’incanto, preparandoci a vivere ognuno la nostra opportunità di gioco.

E così, in questo frangente, la stessa crisi, che ognuno di noi sta attraversando, assumerà un valore di “rottura”, una nuova “prospettiva”!

La questione del senso della vita e della “rivoluzione” del “mio clown” è simile a quella che paventava un signore che si chiamava “Marx”, che sosteneva: “…una rivoluzione, si deduce tale se è una festa …”….. lui continuava diversamente …..ma, in questo caos integro a modo mio… che non c’è libertà artistica, non c’è festa, non c’è  senso della vita stessa: dove c’è potere! Nel mentre in ogni gioco possiamo cogliere e riappropriarci libertariamente di ogni serietà e necessità!

Nel gioco più collettivo, nel comune divertirsi, nel creare atmosfere costruendo nuove situazioni possiamo realizzare le …arti future, e così potranno verificarsi sconvolgimenti di situazioni, o niente.

In questo senso la società dello spettacolo è regno della merce, e lo spettacolo rischia di essere l’insieme di comportamenti sociali con cui la popolazione partecipa passivamente al sistema mercante. In questo senso il nostro è un clown sociale “dotto” che si prende cura di “se” e testimonia come ogni bambino il suo amore, per se stesso, per l’altro e per la madre terra.

Il divieto di sorpassare l’arte del gioco, dalla televisione ad esempio.

In questa ottica, il clown sociale partecipa al sistema di welfare, non più ossessionato dalle merci, senza rinunciare al piacere di vivere davvero attraverso la scelta in ogni caso del gioco per liberarsi da ogni schiavitù ed essere testimone del suo tempo.

E, così la stessa situazione, le circostanze in cui ci troviamo oggi, ci potranno insegnare a non disperare di nulla, perché è proprio in questa occasione, dove tutto resterebbe da temere, che c’è bisogno di non temere più nulla!

E così, quando ci sentiamo circondati da tutti pericoli, gridare al mondo: “io non ho paura!”.

E poi penso che ricominciare a giocare oggi è necessario, anche per sorprendere il “nemico”: se stessi!

Buona passeggiata clown, a tutti.

Clown Nanosecondo