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Come associazione Comunità RNCD vi abbiamo proposto di “scriverci la fiaba della nostra vita”.

Si e perchè no? Provateci, pensando ad un personaggio preferito che potrebbe provenire anche da una fiaba antica che vi piace o da un personaggio immaginario che però incarni la vostra vera storia da bambino/a, fino ad oggi. Si, vi abbiamo invitati a scriverci una fiaba con tutte le caratteristiche ed il metodo suggerito, avendo coscienza che la cosa più importante resta quella, sia che sia il primo personaggio che vi viene in mente o altro, deve raccontare la vostra storia potendovi parlare e raccontarvi come “C’era una volta io…sono……..(il vostro personaggio).

Insomma, impersonarlo, parlando di voi stessi, sapendo che qualsiasi cosa vi sia potuta capitare dovrete alla fine in ogni caso essere grati a tutti, trovando (chiaramente è d’obbligo) il lieto fine.

Questo compito è un po’ quello che ogni partecipante deve svolgere nel corso del mio laboratorio clown, attraverso quel viaggio “Alla ricerca del tuo clown …ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”.

In questo caso il compito del facilitatore è quello di leggere ogni messaggio che l’altro invia, non solo quelli verbali, ma anche non verbali (espressioni del corpo, etc) nel mentre ognuno racconta – in questo caso anche con le immagini del corpo, il non verbale –  la propria fiaba. Verificare quali permessi ci si da e come ci si adatta alla situazione. Osservare e cogliere ogni aspetto e provare a decifrarli, qui non vi posso insegnare niente, dipende molto dalla sensibilità individuale. Ognuno di noi ha bisogno di permessi per svilupparsi completamente nel proprio compito di vita. In questo senso l’azione in negativo o paradosso ci aiuta a darci il permesso, ci aiuta a ri-trovare uno scopo della nostra azione, attraverso il paradosso del nostro clown.

A differenza dei permessi  che non sono ordini, ma inviti a scegliere,  che nel caso del laboratorio lo stesso facilitatore può fare invitando l’altro, nel momento in cui non sa se fare o non fare una determinata cosa, a ri-trovare uno scopo nell’azione; evitando i divieti che invece sono proibizioni, comandi che ci diamo noi stessi attraverso il nostro agire quotidiano. Il non essere o fare una determinata cosa : non dandoci nessuna possibilità di scelta. In questo senso il clown ci aiuta a ridefinire nella ri-sceneggiatura del nostro copione una nuova “giustifica” un nuovo “scopo” che non entrano più in contraddizione con il (nostro) mondo. In questo senso se cambio il mio sguardo sull’io ed il mio modo di guardare e vivere il mondo, cambia il mondo ed il mio essere si trasforma in “sono”.

L’azione in negativo del clown ci aiuta in quel processo per cui una percezione o un pensiero è ammesso alla nostra coscienza, avendo consapevolezza che la co-scienza non ci appartiene o meglio a volte rischiamo di scambiare la nostra consapevolezza con la co-scienza alla quale possiamo solo accedere; essa per certi versi è solo il profondo, che però riusciamo ad esprimere solo in forma negativa: le nostre paure; le nostre fragilità; etc., nel momento in cui invece la possiamo esprimere attraverso il nostro clown (cosa che non riusciremmo a fare normalmente) ce ne liberiamo. In questo senso c’è bisogno, di essere sinceri con se stessi e con gli altri (altro), non negandocelo più. Qui, in questo nuovo spazio, possono capitare “magie gentili”.

Questo processo, focalizzato sia nell’esperienza della III scuola Viennese di psicoterapia di V. Frankl: “derisione e paradosso”; e/o anche nel processo di “passività e grandiosità” propostaci da E. Bern, nell’analisi transazionale con l’analisi del “nostro copione” e l’ingigantire le nostre difficoltà o fragilità o paure, o quello che non ci piace, o tutto ciò che ci fa sentire non adeguati nella realtà e quindi ridicoli, inadeguati, etc; attraverso il nostro clown, andiamo a realizzare una simbiosi, dei nostri tre io….. (bambino. genitore, adulto), ma a mio parere non scartando più niente li ricollochiamo in un momento di riscrittura unificandoli nel “sono” “qui ed ora”….il mio personaggio fiabesco.

Ciò ci fa conquistare pian piano maggiore consapevolezza delle nostre parti ombra (o azione in negativo), che sono le uniche che ci possono far misurare, come dicevo già tempo fa, la distanza tra noi ed il sole. Basta immaginarlo? Si! La nostra vita è sempre un pò come ce la raccontiamo e la immaginiamo, sono le immagine che vanno ridisegnate del nostro essere e riscritte attraverso il clown. La sagoma, , l’arte della nostra figura diventa così arte del possibile cambiamento. E’, così possiamo comprendere che non siamo infinitamente piccoli, ma siamo infinitamente grandi.

Nelle culture orientali lo stesso processo di meditazione propone di osservare dal di fuori il dentro. “Osservare” il nostro “io” da un  punto di vista esterno, per comprendere chi sono. Nella sostanza la pratica del clown è di fatto, un processo di meditazione, ma credo non fine a se stesso; nel senso: mi metto a meditare da solo, immaginando la mia grandiosità; ma come clown nella relazione con me stesso “io..sono” e con l’altro “se” (congiunzione di specchi) posso andare a riscrivere la mia storia (epigenetica) la fiaba della nostra vita. Il compito che ci è affidato. E, così che la metafora diventa il “permesso” che mi dò di vivere la mia vita. Nella sostanza il mio “copione” diventa la sceneggiatura, della mia fiaba; lo spettacolo clownesco più bello del mondo. In questo senso – dal punto di vista pedagogico, didattico – non c’è una tecnica o un metodo – “sono… io” che imparo da me e dal mio essere clown.

Lo stesso processo di improvvisazioni clownesche, agiscono ed interpretano cosi le miei verità. Qui so sempre cosa posso fare, dando nuovi scopi, alla mia natura. E’ proprio quando mi trovo nella situazione del non saper cosa fare, che posso mettere in scena me stesso, me stessa, ed il mio personaggio preferito, me stesso o me stessa, facendolo semplicemente vivere al mio clown.

“Seimila piedi al di la del bene e del male”(?) Certamente no!

Il nostro intelletto (conscio) non è in alcun modo il “vuoto”, nel quale possiamo stare “seimila piedi al di la del bene e del male” (?) (Nietz). Il bene e il male di per sé non possono essere separati, non si può “essere” al di la del bene e del male, ma solo riuniti attraverso un’osservazione profonda, neutra, del proprio “io” al “sono”, che in questo caso non è un “sono” avulso  o “fuori” contesto, o essere asociale, ma congiungendosi nel suo “se” (senza accento, appunto!) può sorridere con il mondo.

Parlo di quel “se” (congiunzione e non affermazione) che rivolgendosi all’interno, si rivolge all’intera esistenza. Si quel nanosecondo o mille anni che per un clown è la stessa cosa. Il clown in questo caso si rivolta dal di dentro verso il fuori; realizza una piccola “rivoluzione comunitaria personale” ed è in questo che si incarna lo stato di “precivilizzazione” del clown.

Lui così può camminare un sentiero diverso, un cerchio fatto di “persone” e di “parole”, la cui forza non è fuori, ma al suo interno, ed in questo senso comunitario, libertario un cammino fatto per sognatori pratici.

L’osservazione, non dovete pensare che debba essere – in questo caso – un’osservazione estremamente precisa della nostra natura “umana”, perchè è proprio accettando la nostra imprecisione, e quindi attraverso un processo di astrazione primitiva; come ad esempio feci  alcuni anni fa io, costruendomi una moto del tempo, invitando tante persone a fare un viaggio nel regno del tempo all’incontrario; non fuggendo dai miei limiti e dai miei drammi, ma semplicemente prendendo  piena coscienza dei miei limiti e dei miei drammi e per molti della mia idozia, perchè conspevole che solo rappresentandola potevo renderla infinita. Questo per me rappresentò il “ritirarmi” dal mondo coscio, attraverso l’astrazione dell’immaginazione, immaginai di scrivere la mia storia diversamente, elimando l’io per essere sono e conoscere il “se” in relazione con me stesso e con l’altro, che diventò per me la vera forza salvifica e guaritrice. 

Certo non è sempre facile afforntare le proprie paure i propri limiti, così abbandonare desideri che si devono azzerare, per trasformarli in quel desiderante, che ritrovo e mi suggerisce tante volte di utilizzare il mio angelo Mercuzio.  Certo questo “ritirarsi”,  che possiamo realizzare ognuno di noi, si realizza in uno spazio–temporale che andiamo a creare e che diventa quel  processo iniziale del lavoro che parte dalla neutralità che possiamo sperimentare con il nostro clown.

Certo questo “ritirarsi”, può essere considerato “abbandono” o “rimozione” ma, in verità ci alleniamo semplicemente ad un “atteggiamento contemplativo”, a “donarci silenzi”, a riprovare di nuovo ad “incantarci”, guardandoci un po’ dal di fuori.

Ciò che si può esperienziare ha di per se  un effetto salutare e liberatorio.  Il tempo del dentro, è diverso dal tempo di fuori. Li al nostro interno possiamo percepire il senso vero della nostra immortalità. La stessa realtà, legata a questo tempo,  non può essere più duale, ne molteplice, o seimila piedi al di la del bene e del male…o peggio fatta di mille mondi, ma semplicemente unica: “com’è in alto così è in basso”, cioè un tutt’uno. Carl Jung afferma che “..è psicologicamente esatto dire che si raggiunge il diventare uno, al momento in cui ci si ritrae dal mondo della coscienza!”.

E qui vi invito adesso a provare a fare un esperienza. Che per me è stata molta bella, è quella dell’incontro con l’altro. Vi ricordate inizialmente solo il “ciao”. Ce ne sono diversi di “ciao”, questo deve essere il più neutro che riuscite a trovare in quel momento. Quello che dovrete pian piano sviluppare è la dinamica (senza nessuna fretta) e, comprendere, come la potete sviluppare. Quindi qui vi descrivo solo la parte iniziale, ogni sviluppo, mai uguale, perché cambiando le persone cambiano anche le relazioni, lo sperimenterete da voi. U n pò come mettersi anche difronte ad una persona e guardarla semplicemente neglio occhi nella maniera più neutra possibile, per realizzare uno specchio.

Esempio: Arrivo (in qualsiasi contesto), mi siedo affianco ad una persona; inizio a guardarlo semplicemente stando molto sul neutro, sul non verbale; ad un certo punto quando l’altro me lo consente, (lo dovete percepire) inizio a dirgli: “non so, ho bisogno di qualcosa, ma non so di cosa… (?).“

Qui inizia un dialogo, fatto di sguardi, di silenzi, di attegiamenti non verbali: insofferenza, ma questo che vuole, etc. provate a leggere i messaggi anche non verbali che l’altro vi rimanda e provate a rispondere. Si crea una situazione molto bella, l’unica cosa che dovrete stare attenti all’inizio è non invandere l’altro (troppo vicini) è che qualsiasi cosa che lui o lei vi possa dire o fare comprendete bene cosa di cosa avete bisogno senza affrettarvi nell’accetare ogni possibile offerta che l’altro vi potrebbe proporre , semmai meglio avere qualche dubbio rispondendogli (almeno all’inizio): “…no…no…no!” .

In questi casi tenete un po’ la scena,….l’altro diventerà il vostro patner. Forse alla fine anche lui o lei vi chiederà di volere qualcosa …… E’ a quel punto che proverete a dirgli prima voi: “ah si ecco, io vorrei una carezza!” e poi chiedergli che se anche lui o lei avesse bisogno di qualche carezza. 

Alcuni giorni l’ho fatto con un mio collega (maschio), alla fine mi ha dato tre caramelle e mi ha chiesto di non andare via e fargli un po’ di compagnia!

Il tempo della nostra esistenza sarà sempre in attesa di una carezza, ed ogni occasione è buona per farcele!