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LA PEDAGOGIASottotitolo:

“OH DEI,… LA CITTA’ DI TROIA,…. E’ DISTRUTTA!”

Se sfogliamo libri o manuali di pedagogia a grandi linee possiamo comprendere che la pedagogia è la scienza che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nella sua interezza. Essa ha come oggetto del proprio studio l’uomo nel suo ciclo di vita. Quindi, al contrario di ciò che si è soliti pensare secondo un ovvio luogo comune, il Pedagogista non si occupa esclusivamente dei bambini. Il Pedagogista si occupa di bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani e disabili. La Pedagogia si occupa anche dell’educazione scolastica e dell’apprendimento dei soggetti, ma non è questo il suo unico fine. Il fine della pedagogia è l’Uomo che si relaziona con l’altro da sé (educazione) e che si relaziona con “se” stesso (in-formazione).

Il Pedagogista studia l’umano e ciò che riguarda l’Uomo e la sua esistenza. Nell’ambito della pedagogia italiana il pedagogista Riccardo Massa ha proposto di usare il termine formazione per indicare sia l’educazione (ovvero il processo di formazione globale della personalità) sia l’istruzione (ovvero il processo di trasmissione da parte di un individuo e di acquisizione di competenze e di conoscenze da parte dell’individuo che viene istruito).

Ora possiamo dire che l’educazione (secondo i modelli teorici elaborati dai pedagogisti) ha tre coordinate: Il sapere (le conoscenze);  Il saper fare (le competenze);  Il saper essere (modo il cui un individuo mette in campo il saper fare e il saper essere).

Lo studio della pedagogia è stato recentemente rivalutato dalle più alte istituzioni educative italiane, le quali, nel 2010, hanno creato un liceo (il liceo delle scienze umane) che ha come materie base la psicologia, la sociologia ed appunto le scienze dell’educazione e della formazione riunite in uno studio di un’unica materia chiamata “scienze umane”; Rudolf Steiner anni fà questa scienza l’ha anche definita “scienza dello spirito” (umano).

E’ molto importante precisare di come la pedagogia sia una “scienza” influenzata dalle più alte espressioni culturali che si sono succedute nel corso dei secoli e come le diverse filosofie (dalla quale le scienze dell’educazione traggono moltissimi concetti base), la Letteratura, l’Arte e la Storia e qui oggi aggiungo l’Epigenetica, proprio perché alcune istituzioni dell’educazione formale stanno tenendo conto dei principi della pedagogia nella stesura del progetto educativo che la stessa è scienza, in quanto costituita da un integrazione di diversi sistema di sapere considerando il fatto che lo stesso destinatario dei “prodotti teorici” e pratici della pedagogia è l’uomo che è il soggetto agente e, nel contempo, anche l’oggetto primario delle pratiche educative. Egli è il destinatario di questa scienza e, pertanto, il fine di tutta la ricerca pedagogica.

Per fare questo la pedagogia deve rivisitare e rielaborare i modelli di intervento già proposti e/o attuati, ed esaminare e valutare risorse, strumenti e contesti nuovi già disponibili per ri-progettare e ri-attuare un intervento educativo e ri-organizzare strategicamente le sue conoscenze per individuare un possibile percorso educativo da realizzare ed elaborare, un progetto che sta alla base dell’intervento educativo da attuare.

Fatte queste premesse rifletto qui sulla (mia, esperienza) “pedagogia del clown” che nel suo significato letterale “pedagogia” resta proprio quello di “generare bambini, procreazione” e/o “guidare, condurre, accompagnare” le persone in un viaggio alla ricerca di “se”, per praticare il sogno.

Qui riprendo: due modelli possibili di pedagogia che pare non potrebbero essere giudicati in modo univoco, poiché in ognuno si possono trovare elementi positivi ed elementi negativi:

La teoria kantiana basata su una forte spinta positiva nei confronti dell’uomo ci dice che: “la fiducia nell’essere umano porta il pensatore a vederlo come artefice di un miglioramento della sfera sociale. L’educare il fanciullo evitandogli completamente ogni rapporto con la realtà lo porterà ad una formazione tale da riuscire a cambiare in meglio la società che lo ospita.”

Durkheim, al contrario, è restio ad educare in completa astrazione dalla realtà sociale, poiché ciò porterebbe ad una ritorsione dei costumi contro il soggetto, se questi non li rispettasse. Ogni società ha delle regole che, se non conosciute, vengono innocentemente ignorate, causando situazioni “illecite” che possono ritorcersi contro l’autore.

Penso che qui stiamo ancora in un contesto duale nel mentre attraverso l’esperienza del clown “uomo intero” si potrebbe far comprendere di come sia importante unificare, appunto, immaginazione e realtà.

In questo senso sono più vicino al pensiero di:

Edmund Husserl che vede l’educando nel “qui e ora” calato nel suo contesto di vita, e considera l’agire educativo in senso ecologico, esaminando i vari fattori che modificano lo sviluppo generale dell’educando, dando poco peso agli eventi pregressi che hanno segnato la sua vita tendendo a portare l’educando ad un rinnovamento della sua personalità e del suo agire rispetto ai modelli passati.

Ed anche di:

Emmanuel Mournier che vede l’educando nella sua interezza di persona, assumendo come fondamentale il suo percorso di vita indipendentemente dal contesto, e prendendo come oggetto della riflessione pedagogica la sfera etica del comportamento unitamente alla dimensione biografica del suo pensiero.

Qui faccio un salto all’indietro con la mia moto del tempo, per giungere nella terra rossa dei Nativi d’America e alle loro figure (nei significati antropologici) de “I Buffoni Sacri d’America” (facendo riferimento specifico, per la vostra ricerca personale, al bellissimo libro di Giliberto Mazzoleni – Bulzoni Editore) dove in estrema sintesi si comprende come dal punto di vista “antropologico”, il clown è un “MEDIATORE” non solo sociale, ma come in questo caso lo intendo io: un mediatore interiore del “se”, senza più vincoli e giudizi, senza più maschere.

Tempo fa lessi un libro di M. Pellerey, “Educare” Manuale di Pedagogia come scienza pratico-progettuale, del 1999. Lui sostiene (cosa che condivido molto) che: “l’obiettivo della pedagogia non è quello di creare teorie generali dell’educazione (a quello servirebbero, in questa interpretazione, le altre scienze dell’educazione e della formazione), ma di costituire modelli di intervento educativo spendibili nella pratica educativa immediata (aggiungo:…e interpersonale). Per fare questo, abbiamo già considerato come la pedagogia debba rivisitare e rielaborare modelli di intervento già proposti e/o attuati, ed esaminare e valutare risorse “nuove”, “strumenti” e contesti già disponibili per ri-progettare e attuare un intervento educativo;” ….fatto ciò, la pedagogia ……- ….sempre per il Pellerey – (ripeto)….: “….organizza strategicamente le sue conoscenze per individuare un possibile percorso educativo da realizzare ed elabora un progetto che sta alla base dell’intervento educativo da attuare.”

Nella sostanza il viaggio “Alla ricerca del tuo clown….ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”  non insegna una generica “pedagogia del clown” …ma semplicemente ricerca e impara (uso il termine imparare e non insegnare, proprio perchè in questo caso il “maestro” è ognuno di noi che sperienza, e quindi…)… aiuta a riconoscere la “propria pedagogia”, quindi più che formazione è un “in-formazione sul “se”, o come scrive nella sua bellissima ed inedita ricerca il mio fraterno amico Sidney Journo: “….bisogna andare verso un arte della meditazione empatica(la ricerca alla quale ho avuto il privilegio di partecipare ha visto partecipi a Roma oltre duecento volontari ed è durata circa quattro anni ), è stata raccolta in un libro MANUALE inedito che qui si fa dono di leggere, per il libero apprezzamento: FORMAZIONE PER  “verso l’arte della meditazione empatica”, per “ri-educarsi”, abbandonando come direbbe il biologo americano Bruce Lipton: “le false credenze” (epigenetica).

Qui devo inserire qualche altro termine per parlare in maniera più compiuta della “pedagogia del clown” (così come l’ho intesa attraverso questa ricerca sul -mio- clown) e si tratta di “antropologia teatrale” con il quale si intende la disciplina che studia i rapporti dell’uomo in situazioni di drammatizzazione organizzata. Più nello specifico studia i rapporti dell’attore con i gesti da lui agiti sulla scena. In questo caso mi affido alla ricerca di Eugenio Barba che definisce “l’Antropologia Teatrale” “lo studio del comportamento scenico pre-espressivo che sta alla base dei differenti generi, stili, ruoli e delle tradizioni personali o collettive”.

“L’antropologia teatrale” (oggi nelle nuove neuro-scienze: “Epigentica”; “PNEI”; Medicina Narrativa; o alla Jodoroscki Piscomagia (ma in effetti non c’è niente di magico)  mette così in secondo piano il testo drammaturgico (“i vincoli”: qualsiasi essi siano, della propria vita, nel nostro caso…) e gli elementi caratteristici del genere teatrale come la musica, la dizione, la scenografia ecc.; per focalizzare lo studio dell’evento teatrale (o nel nostro caso: palcoscenico della vita, sociale) avente come centro l’uomo ed il corpo (perchè il corpo ne sa molto più del nostro cervello:pensiero!). Questa concezione ha fatto diffondere in passato l’utilizzo della locuzione “teatro del corpo”, che indica per l’appunto il campo di applicazione dei teorici del teatro contemporaneo (metà XX secolo) sull’uomo e, dunque, sull’attore come elemento cardine dello spettacolo.

Infatti dal “Teatro Totale” (inizio-metà XX secolo), come sintesi tra arti sotto la “supervisione” dell’attore da parte dell’autore della sceneggiatura e del regista, si passa nel corso o meglio a metà del XX secolo ad un “teatro completo” partendo da Etienne Decroux che con suo “teatro completo” c’è la “supremazia dell’attore”, che diventa autore, scenografo e regista di se stesso, fino ad arrivare a Yves Lebreton, allievo dello stesso Etienne Decroux  (vi consiglio di leggere il suo bellissimo libro SORGENTI nascita del teatro corporeo) e che attraverso la sua esperienza e con riferimento agli studi di: Adolphe Appia, di Jacques Copeau arriva al “teatro corporeo”. L’energia del corpo come espansione del proprio mondo interiore, (e attraversando la bioenergetica di Alexandre Lowen  mente-corpo) ed anche attraverso lo studio della voce, sul ritmo del respiro, “uomo della sua essenza”, corpo energetico, corpo vocale, i colori della voce, apre il teatro all’esplorazione di nuovi spazi.

Nel suo bellissimo libro “SORGENTI” Y. Lebreton scrive (avendo oggi anch’io più coscienza del “tao” della fisica unigravitazionale di Renato Palmieri, di quanto sia verò ciò, e per quanto in questi anni l’abbia potuto sperimentare anch’io direttamente attraverso la mia personale esperienza di clown sociale): “L’Energia contiene in potenza tutti gli stati di coscienza e non-coscienza. In essa, le molteplici sfaccettature della nostra interiorità non sono più formule statiche appuntate con uno spillo alle pareti del ragionamento discorsivo. Diventano raggi eccentrici di un unico nucleo di luce in rifrangenza. Ma, soprattutto, la nozione di Energia, grazie alla sua assoluta integrazione nella materia, permette di rompere il recinto introspettivo della psiche, radicandola al cuore del nostro organismo biologico. In virtù di quest’equazione fusionale, il pensiero non è più unicamente il risultato di un processo neuronale confinato nelle circonvoluzioni della corteccia cerebrale, come tenta di dimostrare la neurologia, ma emana dalla nostra totalità organica, poiché il flusso elettromagnetico che lo anima sorge dalla nostra stessa struttura atomica e cellulare. L’Energia è una e molteplice, etere e materia. È la sorgente stessa del soffio vitale che attraversa al contempo l’Essere e l’Esistente, la mente e il corpo. Questo concetto diventerà il nucleo centrale a partire dal quale tutta la mia tecnica del Corpo Energetico si svilupperà nel corso degli anni a seguire.”

Da queste esperienze nascono anche la “teatro terapia”, anche se questo termine mi risulta limitativo proprio dal punto di vista pedagogico (per un uso a volte distorto del termine “terapia”). D’altronde ogni azione che l’uomo intraprende, in favore della suo stato d’anima, è di per se salutare.

Nella sostanza, il “pensiero” non è più unicamente il risultato di un processo neuronale confinato nella corteccia celebrale, ma nei miliardi di cellule e parti del corpo umano (epigentica), con i suoi significati e simboli, come anche negli ultimi anni del XX secolo ha provato a spiegarci la Pisco Neuro Endocrino Immunologia attraverso la Biologia Totale o attraverso i suoi conflitti biologici il Dr. Hamer e la stessa Epigentica, che attraverso i recenti studi sul rapporto tra pische cervello e organo ha messo al centro: la storia, la narrazione, della singola persona nel suo contesto bio-sociale, quindi come energia che si apre al tutto in “co-scienza”, quindi più che di “teatro terapia” dovremmo parlare di “teatro della co-scienza” avendo co-scienza che essa non ci appartiene, ma ci possiamo solo accedere.

Da queste esperienza parte questa mia riflessione sulla rielaborazione di una nuova pedagogia del clown sociale, come “mediatore del “se”, oltre che del “sociale” o clown “dottore” dove egli stesso agisce (con tutta l’eccezione che richiede l’uso del termine “dottore” nell’identificare la figura del clown sociale. Nella sostanza “dottore” per me resta un termine che non mi piace molto utilizzare, per la stessa natura pedagogica e valore che intendo assegnare alla figura del “clown del “se”e sociale, come appunto “mediatore”) che si propone “qui ed ora”, in primis, di “prendersi cura di se” (“se” – senza accento…come congiunzione, unificatore delle due parti…. ).. prima, per poi potersi prendere cura degli altri. Quindi il senso di un valore pedagogico individuale, insomma fatto su misura e con “co-scienza”.

In questo senso questa mia riflessione sul parallelismo o meglio sulla necessità d’integrazione “pedagogica, teatrale e co-scientifica” riveste la necessità mia di integrare le diverse esperienze oggi e di dare quel valore pedagogico all’esperienza stessa del clown sociale (o dottore) come “arte di vita”  che tenta di ri-costruire nuovi “saperi e conoscenze” e per questo anche come costruttore di un nuovo modello di relazione sociale, sulla base dell’esperienza personale e individuale e non più solo dei saperi  attuali, per porsi come “arte-utopica” (maieuticamente parlando) in quanto anche più povera di mezzi, (considerata la stessa crisi) nel senso che utilizza solo il corpo e pochi altri mezzi nel suo percorso di in-formazione, da qui la nascita della mia Università dei Marciapiedi” con indirizzo alla “Sopravvivenza”. Insomma anche la stessa esperienza nel contesto di “relazione in strada” (sul marciapiede appunto) parte dalla stessa esperienza del Living Teatro che negli anni cinquanta diceva di “dimenticare i grandi teatri e l’ingresso a pagamento, la non succede niente, niente altro che istupidimento. Cosa invece succede in strada? Qui ci sono persone presenti per caso, e non sanno se hanno davanti uno spettacolo, una manifestazione politica o sociale o un gruppo religioso, alla fine è un miscuglio di più cose che il clown di per se incarna come “uomo intero”. Lo stesso pubblico è chiamato in causa. Come potrebbe essere appunto un’azione di clown sociali in strada di: “Abbracci Gratis” o come potrebbe essere un’azione qualsiasi fatta: “Non in mio nome!”.

E’ curioso che nel suo percorso pedagogico Etienne Decroux amava esibirsi davanti a pochissimi spettatori al massimo 4 o 5 – un po’ come facciamo noi clown sociale – nell’ambito di un intervento in una corsia di ospedale, o anche in strada,  cercando di indurre negli “spettatori” una “reazione -distrazione” o meglio in senso di funzione “mediatrice” una “riflessione” giocosa (nel nostro caso: un bambino, un adulto, una mamma, un infermiere, un medico), per renderli non solo testimoni, ma attori-clown, protagonisti – attivi – della stessa azione e quindi non consumatori passivi dell’azione stessa. Insomma ridere di o con “se” sulla propria realtà mutevole e contigente, avvertita come estranea e insidiosa, di per se è pedagogico per “se” e per gli altri.

Ecco l’antropologia pedagogica del lavoro del nostro clown sociale si base fondamentalmente sull’insegnamento che questi diversi “maestri” a partire da Etienne Decroux o nel suo parallelismo con il “teatro povero” di Jerzy Grotowski, (la strada: come anima) – anche se loro non si sono mai definiti tali, ribadendo uno dei concetti a me più cari dal punto di vista “pedagogico” del clown sociale: nessuno è maestro, in quanto si può essere solo “maestri” – nell’eccezione del termine se si propone di insegnare una “tecnica”, ma quando nel nostro caso proviamo a studiare o meglio ricercare, relazionandoci ognuno per conto suo, con la “propria pedagogia”, si può essere solo essere “maestri” di se stessi, perché sei tu che diventi libro, sceneggiatura, regista e quindi narrazione della tua storia di vita e quindi:  “medicina”.

Nel contesto pedagogico quindi dovremmo affermare che si tratta della “pedagogia della persona” (*) in quanto individuo, nel senso che il nostro clown agisce nel quotidiano e di per se non usa maschere ma le sue verità. In questo senso: si è clown tutti i giorni se no non lo si è! E, ciò in quanto  clown, attraverso la  propria esperienza individuale ci si “prende cura di sé” facendo onore al pensiero Heideggeriano: della differenza tra “cura autentica ed inautentica”. E’ in questo senso che il clown è “persona dell’origine” che ri-educa ad una nuova visione di “se”, (in questo senso congiunzione e non affermazione), superando il dominio dell’istinto, sotto le maschere del quotidiano, per risvegliare la memoria del nostro essere angelo in relazione con il tutto in: “co-scienza dello spirito”.

Gli stessi esercizi meditativi, non solo ginnici, ma plastici, la modalità di comunicazione in cerchio ci vengono dagli stessi insegnamenti della tradizione più antica dei clown scamani, oggi rivisti alla luce delle nuove scienze: biologia totale, pnei, bioenergetica, anti ginnastica, feldenkrais e ad altre ancora di questo tipo, che mi inducono a riflettere di come l’esperienza del clown sociale si inserisca all’interno di un nuovo percorso pedagogico che debba integrare le diverse “scienze” e saperi” all’interno di un processo di riconoscimento del “se” che eliminando le maschere dell’io , ci fa ri-essere “persona dell’origine” (*).

In questo senso partendo dall’esperienza di Etienne Decroux, che attraverso i vincoli ginnici e motivazioni personali cerca di integrare una figura pedagogica d’attore più libero dai vincoli dell’autore o del regista, possiamo arrivare all’esperienza di J. Lebreton che attraverso la “libertà dal vincolo”,  che ritroviamo anche nei principi pedagogici di E. Husserl; E. Mournier;  M. Pellerey, costruisce una nuovo modello pedagogico del clown rielaborando i modelli (dei suoi maestri)  riesaminando e valutando le risorse interiori di ogni persona e li trasforma in “strumenti utili” (nel bene e nel male) per la stessa trasformazione dei contesti già disponibili al fine di ri-progettare ed attuare un intervento “educativo” che come dice Pellerey nella sostanza “parte dal singolo”. Insomma se vuoi cambiare il mondo, devi cambiare il tuo modo di vedere e stare nel mondo.

J. Lebreton reinserisce il concetto di “svincolo” dalla “tecnica o dai saperi” per far “emergere” una potenziale “creatività” nutrita da – nuove – motivazioni personali, rivendicando così il diritto di creare “..una partitura al di fuori della concatenazione degli esercizi stessi…” nel caso nostro dal contesto di un non luogo come può essere una corsia di ospedale o la strada – come piace a noi -; se poi prendiamo in esame la stessa persona che si propone nell’esperienza della ricerca del suo clown, che a me piace definire per questo un viaggio, comprendiamo meglio perche io vado: “Alla ricerca del tuo clown…..ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”.

Quindi se le diverse tecniche teatrali esigono certamente disciplina, la “creazione” o meglio la “ri-creazione”  di un contesto individuale o sociale (che sia),  di una relazione o se volete di un modo d’essere e/o sentire un esperienza, un vissuto, al contrario si deve proporre proprio all’interno del “paradosso-pedagogico del clown sociale” (per effetto proprio del potere su di “se” degli “specchi delle relazioni umane” e di come essi possono essere letti per “educarsi” ad una nuova relazione sociale) attraverso… e/o a come afferma V. Frankle di “prendersi in giro” ….delle sue “false credenze”…. e “ridere di sé” nella “provocazione” più grande per un essere umano: uccidere il proprio “io” per “essere” semplicemente: “persona dell’origine” della propria condizione, perché quello che posso vivere nel “qui ed ora” è il meglio per me, e ciò in sospensione di giudizio (vincoli).

La “via pedagogica”, come più volte ho detto, è certamente una “via sacra”, fuori essa stessa da dogmatismi, avendo coscienza che il fiume della stessa fede nasce dalla stessa fonte, anche se attraversa diversi territori e popoli, e la stessa natura del clown (molto vicina a San Francesco – giullare di Dio) resta di per sé una figura pedagogica possibile ed immediata, e prima di poter diventare ognuno di noi santo almeno provare a ritornare ad essere angelo. Una curiosità: alcuni clown soicali in missione nel 2003, per le strade e negli ospedali di Kabul quando visti venivano chiamati “Mulak” o “Maluk” che in arabo significa “Angelo” (o regno degli angeli: “Malakut”).

Per scendere un po’ con i piedi per terra a questo punto definisco la “pedagogia del clown” in maniera simile al concetto di “prendersi cura” cosi caro ad Heidegger (nel senso che essa diventa una “pedagogia dell’interiore”) o allo stesso V. Frankl della “speranza” o R. Steiner “scienza dello spirito”, perché libera l’esplorazione del proprio capitale “immaginitavo” prendendo co-scienza del fatto che l’immaginazione è più potente della volontà, e quindi non più sottoposta alla questione del “vincolo di una tecnica spersonalizzata” ma diventa nel “qui ed ora”: il meglio per me! (qualsiasi cosa essa sia, perchè tutto è meraviglioso è perfetto cosi com’è!). In questo senso la pedagogia del clown è una “pedagogia dello spirito”, fuori dagli stessi vincoli di natura dogmatici come dicevo prima perchè cosi ognuno – liberamente – può prega il suo Dio.

Il clown, o meglio la persona che agisce con il suo clown o meglio attraverso il suo clown, dal punto di vista pedagogico, applica questi principi pedagogici, proprio attraverso una “nuova” presa di co-scienza del “se”  che nella mia eccezione diventa “congiunzione” e non più  sé come “affermazione” di un “io” frantumato, mascherato, per poter “essere” semplicemente “sono”.

Nella sostanza il “clown” aiuta a spingere la persona sull’orlo del burrone (nel senso di paradosso-provocazione-metafora) affinché le “maschere” dell’io, con le sue difese si rompano, i suoi blocchi “brucino” ed il clown si “riveli”, attraverso un’azione intima e profonda. Ciò dipende, come si può comprendere, non dall’esercizio in se, ma da come l’esercizio viene realizzato e guidato da un facilitatore che esperienziato direttamente il percorso e di per se “esperto”, riesce ad abbandonare tutte le tecniche affidandosi alla sua percezione.

Qui va precisata una cosa, il come non si impara e non è circoscritto in un metodo predeterminato e trasmissibile, questa “pedagogia educanda” (ri-creatrice) nasce da un intimo ascolto tra colui che guida e colui che agisce che mette in campo la percezione, in quanto ogni persona è unica e divina cosi com’è. E, quindi solo dal semplice rapporto tra uomo e uomo (o donna che sia) in quanto nessuna parola trascritta (anche qui) è in grado di fissare.

Potrei in questo senso definirla una pedagogia “inter-personale” o “trans- personale” nel senso che supera lo stesso significato delle parola “educare” una “persona” in quanto è la stessa persona che si “educa” a vedere il mondo con altri occhi, in questo caso con l’occhio del clown, meraviglia delle meraviglia.

Certo per questo è importante definire una nuova “etica pedagogica” e quindi del lavoro che va ben al di là di un semplice processo o tecnica, perché inserisce l’utilizzazione di un altro senso nella relazione con l’altro, che un po’ molti di noi hanno perso, e come dicevo prima: la percezione di “se” e dell’altro, in una parola: la bellezza!.

Quindi parlo di una ricerca pedagogica dell’io sono fatta persona, di una ricerca che unifichi e non separi, e non quindi di un manuale della formazione pedagogica del clown sociale e/o dottore (utilizzo il termine “dottore” a volte solo per intenderci sulla differenza stessa pedagogica tra il clown del circo, il clown di teatro, di strada, ultimo clown sociale come piace definirmi.).

In questo senso ribadisco il concetto di “viaggio”; un cammino “educativo” o meglio “ri-educativo” che senza alcun vincolo possa ri-scrivere la storia umana: Quale via utilizzo? Certamente la via del cerchio” , nella sua tradizione secolare dei Nativi d’America, ma anche moderna della comunicazione non violenta. Una “via”, questa del cerchio, che ognuno di noi può percorrere senza preconcetti o pregiudizio alcuno, perché non è fatta per concettualizzare o da un singolo maestro, ma da ognuno di noi che diventa maestro, poeta e scrittore de la “fiaba della nostra vita”, per se stesso e per raccotarla lui agli altri.

Una “via” che cambia la prospettiva geometrica della stessa relazione umana, non più fatta di angoli, spigoli  o emicili ma a 360° avendo coscienza che il tempo, il passato il futuro, sono solo una costruzione mentale, come la verità che non esiste ma esistono le verità e che lo stesso cambiamento può esserci in un 1/25 di secondo, insomma in un Nanosecondo.

Dentro questa nuova dimensione pedagogica e di per se sociale possono esistere e co-esistere diverse  “comunità provvisorie”, o come la definisce E. Mournier: “Rivoluzione Personalista Comunitaria”; o come la nostra di “clown sociali & sognatori pratici”, per realizzare quell’uomo intero, di cui parlo spesso.

Ecco condividere queste esperienze attraverso il principio del “libero apprezzamento” e di per se pedagogico nella misura in cui questo tipo di clown possa “ri-educarci” ad “essere”, dono di “se” e ciò non è possibile scriverlo all’interno di nessun manuale o comandamento, semmai quello che potrebbe essere necessario sarebbero solo divieti, per evitare di scontrarci, ma in questo senso  “la gentilezza” potrebbe rifare la propria parte. Qui ricordo ad esempio, sempre prendendo spunto dal campo “teatrale” l’esperienza del teatro antico “No Di Zeami” , una via della bellezza, che impara come ogni uno di noi può essere un fiore e un’incanto ; che lo stesso insegnamento non era tenuto segreto (non parlare tra i cespugli, la riservatezza, animica della via del cerchio che utilizzo nella formazione del nostro clown sociale) per il gusto del mistero, ma semplicemente per rispetto ad una tradizione orale, e per questo “sacra” dell’insegnamento, qui non intendo il mio insegnamento, ma quello che ognuno nell’esperienza e dall’esperienza può proporre a “se” e all’altro.

Per questo, l’aspetto pedagogico dei vissuti nell’esperienza, del percorso del nostro clown sociali, non può escludere nessuno dal confronto (“se”) perchè non è tra il sapere e il fare, ma sta proprio nella ”maniera” e che abbiamo indicato anche nei principi del nostro statuto: “la via della bellezza!”.

Questa via non si apprende, ma si sperimenta in prima persona, e resta “la maniera” che io posso sperimentare in prima persona attraverso: “magie gentili” o come nella “fiaba della nostra vita”.

Ciò potrebbe sembrare un eufemismo, ma è quello che si può sperimentare nella stessa azione del clown sociale, nei suoi giri visita in ospedale, o nelle sue “azioni di buona salute” in strada, che in tutti questi anni abbiamo provato a realizzare nella nostra piccola comunità di clown sociali. Si anche per le vie di molti paesi dell’Irpinia e non solo, dove si registrano sempre più sconfortanti depressioni, uso esagerato di stupefacenti e alcool e dove semmai si registrano dati sconfortanti come i suicidi in età giovanile. Alcuni degli aspetti “antropologici” con-causa di questi fenomeni, sottoposti a studio negli anni scorsi ad esempio dall’ASL  di Avellino, sono stati la rilevazione di alcuni dati significativi: l’assenza dell’esperienza del gioco in età infantile e l’incapacità di relazionarsi con i cambiamenti epocali, per mancanza di immaginazione e fantasia.

Ecco adesso serve uno strumento pedagogico che riesca a prendersi gioco di noi, in questo senso il clown sociale come maestro di se stesso.

Qualche pretesto per iniziare a giocare?

Bene vi suggerisco: il clown non passeggia, danza; il clown non guarda con gli occhi, annusa con il naso; il clown è stanco, non corre molleggia; Il clown è in crisi, solo così è felice; Il clown è incantato dai suoi suoni e dalle sue paure; Il clown va a pesca, di correnti d’aria; il clown ha paura della sua ombra, per questo prova a giocare con lei; il clown per questo, è figlio di un nuovo popolo: il popolo della terra e lo abbraccia con gratitudine.

(*) Vi invito a leggere anche questi altri post:

“ALLA RICERCA DEL TUO CLOWN…ma se trovi qualco’s’altro va bene lo stesso!”

“IO SONO PERSONA”

“IL CLOWN PERSONA DELL’ORIGINE”

“DIDATTICA DEL CLOWN”

“I FUOCHI FAUTI DEL CLOWN” “CIAO…”

“SEIMILA PIEDI AL DI LA DEL BENE E DEL MALE”

“ARRENDERSI AL CORPO”

“IO è UN’ALTRO”

“ARRENDERSI AL CORPO”

“LA SOLITUDINE SMARRITA DEL CLOWN”