Sono quattro anni che insieme a Sidney Journò portiamo in giro per l’Italia il Cerchio, il Council, “la biblioteca dell’anima”, insomma gli “Appuntamenti Fuori Rotta”.

L’esperienza è partita molti anni fa dall’incontro con Manitonquant ed il suo bellissimo libro “Ritorno alla Creazione”. Da lì molti sono stati i cerchi che abbiamo realizzato e che vivono ognuno una propria storia. E, così l’anno scorso, con alcuni di questi amici ed amiche sparse nel globo, abbiamo realizzato anche una comunità “Il Cerchio, comunità libertaria per sognatori pratici” http://sognatoripratici.blogspot.com/ .

In particolare mi voglio qui soffermare su un tema che spesso propongo nei cerchi, quello di trasformare un momento negativo della propria vita in fiaba. Credo che tutti sanno la differenza tra una favola ed una fiaba. Quest’ultima a differenza della prima è priva di giudizi e di morali ed è sempre a lieto fine.

E’ evidente che qui non posso riportare nessun testo di fiabe che in tutti questi anni mi hanno raccontato i partecipanti ai cerchi. E, quando un amico scrittore mi chiese di regalargli un libro gli risposi che i miei sono libri che si possono solo custodire nella “Biblioteca dell’Anima” e che se fosse venuto anche lui una volta al council mi avrebbe regalato il suo ed io il mio.

Una volta con Sidney in Svizzera facemmo un council sul tema “la fiaba della nostra vita” fu bellissimo e, per certi versi, terapeutico per alcuni. La fiaba che cura? Certamente si!

La fiaba è un tipo di narrativa originaria della tradizione popolare. Nella stessa storia dei Nativi d’America si parla di council “delle storie che curano”. La fiaba è caratterizzata da componimenti brevi e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici come fate, orchi, giganti e così via, ma anche di persone in carne ossa, principi, principesse, donne e uomini normali che per destino diventano eroi.

Ida Magli (antropologa) nel bellissimo libro (purtroppo non più in ristampa) “Onorate il Grande Spirito” (curato da lei nella introduzione) ci accompagna a leggere fiabe fantastiche che loro si raccontavano intorno al fuoco. E, dove il tempo presente, passato e futuro, bisogna consideralo “agente” (nel momento presente).

L’antropologia è scienza dei popoli, e ci ha insegnato anche come le culture (le false credenze, le emozioni negative: attaccamento, invidia, odio, ecc) possono “influenzare lo stato di salute”. L’ambiente quindi non solo fisico ma anche emozionale. L’epigenetica oggi ci conferma come è possibile che attraverso la rescrizione delle nostre “false credenze” possiamo trasformare la stessa chimica del nostro corpo. In proposito potete leggere “La Biologia delle Credenze” di Bruce Lipton o “Chimica delle Emozioni” di Candace Pert e con essa la nostra visione del mondo è la nostra capacità di scoprirci essere umani sani.

Leggendo questo bellissimo libro sulle fiabe dei Nativi d’America ho compreso meglio anche perché Walt Disney non poteva che nascere solo in America, in ragione proprio del quanto, dietro alla sua tradizione di cartoni animati, ci sia la tradizione delle storie “fantastiche” degli Indiani d’America . Certo un po’ consumata e piegata, come ci ha confermato la stessa Ida Maglia, attraverso la metamorfosi dei suoi animali, molto più vicini all’uomo, spogliando, gli animali, della loro “neutralità-istintiva” e dandoci in ogni caso la caratteristica che più ci fa ridere: “non imparano mai”! (loro?!)

Questa metafora, per certi versi la ritroviamo anche nella “Fattoria degli Animali” di Orwell, eppure questa, ancora oggi, non ci ha insegnato niente?

Non so quindi quanti di noi, sentendo questi racconti o vedendo i cartoni animati di Walt Disney siano stati capaci, di ridere di se stessi, perché questa caratteristica “del non imparare mai”, dovrebbe essere una “metafora” (pedagogica) sulla quale l’uomo dovrebbe meglio riflettere anche in ragione del fatto che la “scienza è ignorante”. La stessa malattia è una metafora della nostra vita e quindi essa, molto più vicina all’uomo di quanto si pensi e che al momento, ha perso la sua naturalezza del vivere con gioia e quindi si ammala.

E, così coniamo un nuovo motto “chi non si ferma è perduto”. Fermarsi nel cerchio per riprenderci la vita. Capovolgendo un’altro “paradigma” rappresentato finora dal nostro “chi si ferma è perduto”.

Bel casino, un pò incredulo mi incomicio a porre altre domande: non è che c’è la necessità, di prendere spunto proprio dalle culture più antiche (Indiani d’America, Maya, ecc) e dei motivi perchè questi popoli “primitivi” non hanno mai sviluppato le loro “tecnologie” (di morte) pur essendo stati capaci di svilupparle ? Se pensiamo alle storie fantastiche che circolano su You Tube sull’11 settembre non ci resta che piangere (“september a clus”..questa però non è una fiaba ma una bruttissima favola).

Tutto il mistero della scomparsa dei Maya, degli Inca, resta, e se pure questi fossero riusciti a scoprire la macchina del tempo, come la mia moto da Clown, pensate che l’avrebbero fatta conoscere, come ho fatto io, ai loro conquistatori spagnoli che li rincorrevano per ucciderli ?

Scienza, Fantascienza o Pseudoscienza e lo stesso tema della metafora.
che Ida Magli ci svela quando accompagna i lettori a leggere il suo libro.

Certo, ci si può ritrovare un pò frastornati, quando ci si siede in cerchio, e si inzia a raccontare “la fiaba della propria vita”, ma vi posso dire che tutto diventa magico nel cerchio. Non solo voi che la raccontate vi renderete conto di come sia benefica, ma chi vi siede difronte accoglie la vostra fiaba come la creazione di un campo “morfogentico” dove tutto si materializza. E, così possono giungervi all’orecchio consigli di come risolvere una certa questione. O, anche scoprire che difronte a voi è seduta una persona (altra, non quella che in quel momento racconta la fiaba per intenderci ) a noi cara che ci parla, ci interroga, ci consiglia, ci mette alla prova.

La stessa scienza è erede della mitologia greca e latina, che cambia la forma, ma appare uguale, come esperienza, a molti popoli, anche se lontani tra di loro, ma non si fa riconoscere al momento, che la metafora o l’esperienza si compie. Questo è quello che puo capitare a tutti quando si è seduti in un cerchio de “La Fiaba della Nostra Vita”.

Qui bisogna rieducarsi però a scrivere le fiabe. Infatti, Ida Magli, ci spiega che: c’è una differenza sostanziale fra i nostri racconti e quelli dei Nativi d’America: “E’ il vissuto del Tempo”.

Nella sostanza, i miti greci li abbiamo fatti uscire fuori dalla storia dandogli il taglio “mitico-fantastico” perché troppo “incredibili e irrazionali”; nel mentre in questi racconti e storie, si avverte il fatto che: “… il presente… il creduto… l’agente” deve essere compreso con la stessa logica del due più due fa quattro e quindi è vero!

Un pò come in questo momento Ida Maglie è uscita dal libro, forse dal libro che è li sul vostro tavolo in cucina, e ci sta spiegando tutte queste cose.

Il tempo “c’è o non c’è” ci spiega Ida e non solo, ma ci invita a credere che il futuro e il passato indichino un tempo che non c’è.

Valle a capire ste donne e per giunta antropologa!

Per favore, Ida, ce la spieghi meglio questa cosa? Gli ho chiesto. E, Lei uscita dal libro si è seduta in cucina e mi ha chiesto di farle un bel te. Era stanca del viaggio che aveva fatto per venire a casa mia, ora mentre vi scrivo sta cosa. E, così riprendendo a leggere il suoi “saggi” appunti mi dice: “A Nanos e me lo chiedi proprio tu?…siamo consapevoli di esistere in un tempo, siamo in grado di distinguere delle fasi: passato, presente, futuro e questa consapevolezza nasce contemporaneamente alla consapevolezza dell’esistenza di ognuno di noi: nel gruppo, insieme al gruppo, ma separato dal gruppo.”

“Il tempo… per gli Indiani d’America… è ripetizione… non nel senso che potremmo intendere noi però, ma nel senso naturale del termine, come lo scorrere dei giorni e delle stagioni, sempre uguali ed immutabile, e solo con questo equilibrio, di immutabilità che non significa evoluzione dell’uomo, che lo stesso… tempo… si compie e si manifesta nella sua… evoluzione”.

Questa riflessione propostami così magistralmente da Ida, mi ha fatto pensare di trasferirla nel tempo presente da cui siamo venuti e in cui vi trovate adesso che leggete questa mia riflessione. E, per questo sono tornato indietro con la mia moto del tempo ed ho iniziato a fare questi cerchi usando anche di più le metafore per facilitarli.

Per covenzione dirò: Oggi, adesso, anche se lo dico con un senso di comprensione e angoscia per il nostro futuro è lo stesso tempo, che non possiamo più non credere che non sia dipendente, dalle stesse nostre emozioni e da quello che succede oggi alla natura.

Lo stesso scorrere del tempo, incide sulle nostre emozioni, perchè ricostruisce vissuti. Lo stesso tempo naturale è biologicamente saltato nella produzione forzata dei frutti della terra ed ha prodotto malattie.

Ora quanti di questi vissuti del tempo in negativo (o in positivo) hanno un rapporto, con il nostro contesto ambientale, della nostra vita: casa, lavoro, strada, città, alimentazione, ambienti naturali di vita in genere? Con il nostro stato di salute?

In Spagna hanno fatto una ricerca ultimamente sull’accrescimento dei casi di tumori nella popolazione a causa dei fenomeni sociali di stress, per disoccupazione e per la paura e l’insicurezza nel futuro.

In Psicologia Biosistemica si studia l’incidenza delle emozioni negative sulle patologie e come costruire gli antidoti alle emozioni negative attraverso un processo di trasformazione dell’emozioni stesse. La fiaba?

Ecco oggi abbiamo bisogno di riflettere e quindi fermarci. Fermare la terra e farla rinascere. Lei è incinta. Fermarci noi ed aspettarla che gli vengano le doglie. Fermare la nostra corsa verso un “futuro migliore”, senza riuscire ancora, assolutamente a comprendere appieno, “come fare” per realizzarlo. Per questo c’è bisogno di “fermare il nostro tempo” per riflettere.

Abbiamo perso la capacità di “ascoltare”. Ascoltare noi stessi e la terra, oltre che le altre persone che ci sono care, e per questo non riusciamo a fermare il nostro tempo e ritornare in risonanza con il tutto. Ci sentiamo sempre più sballottati tra passato e futuro senza vivere e comprendere il nostro presente.

Credo che le malattie del XXI secolo siano causate sostanzialmente dall’incapacità dell’uomo di trasformare nel tempo presente le sue emozioni negativi ed i suoi bisogni di sopravvivenza. Quindi “fermare il tempo” significa “ascoltarci”, ascoltarci significa guarire.

La fiaba si distingue dalla favola, in cui la componente fantastica è generalmente assente, dalla struttura della narrazione più appunto immaginifica mentre nella favola ha un intento allegorico e morale più esplicito.

Molti pensano che le fiabe sono tradizionalmente pensate per intrattenere i bambini, ma non è del tutto corretto: esse venivano narrate anche mentre si svolgevano lavori comuni, per esempio filatura, lavori fatti di gesti sapienti, ma in qualche modo automatici, che non impegnavano particolarmente la mente.

Quindi non è vero che “sforzarsi” a trasformare un evento negativo della propria vita, attraverso la fiaba e con il lieto fine, significa “andare sul mentale” e quindi uscire dalla logica del council che richiede di agire sul sentito del corpo e sull’emozione. Credo che sia vero il contrario.

Erano per lo più lavori femminili, ed è anche per questo che la maggior parte dei narratori è femminile (le donne hanno maggiori capacità e sensibilità) ; oltre al fatto che alle donne era attribuito il compito di cura- e intrattenimento- dei bambini esse raccontavano le fiabe prendendo spunto proprio dai fatti della vita della vita quotidiana.

Le fiabe tutto sommato erano un piacevole intrattenimento per chiunque, e “davanti il fuoco” erano gradite ad adulti e bambini di entrambi i sessi.

Nel cerchio nella sostanza ho ripreso questa tradizione antica di come forse anche in passato nascevano le fiabe. “Le fiabe sono state tramandate a voce di generazione in generazione per lunghi secoli e chi narrava le fiabe spesso le modificava o mescolava gli episodi di una fiaba con quelli di un’altra, o episodi della propria vita, dando a volte origine ad un’altra fiaba.”

Tutte le fiabe del mondo hanno caratteristiche analoghe e PROPP definì 31 funzioni narrative per la costruzione di una fiaba. In verità io ne do solo alcune fondamentali – per non complicarci la vita – :

1. trasformare un episodio negativo della vita che state vivendo adesso in questo momento presente in fiaba (qui spiego sempre la differenza tra favola e fiaba);
2. invito tutti i partecipanti ad utilizzaree la propria figura come protagonista e come eroe della fiaba;
3. invito a creare il momento magico di trasformazione ed il personaggio che arriva in aiuto del protagonista (voi);
4. individuare il passaggio della situazione dal negativo al positivo, perchè in fondo tutte le caratteristiche negative che vedete negli altri solo solo un riflesso delle vostre;
5. con gratitudine, il lieto fine.

Consiglio anche di mantenere indeterminato il tempo, nel senso che passato presente e futuro si confondono e si uniscono nel tempo presente (stesso in cui si racconta la fiaba). Gli stessi personaggi (voi stessi), vivono un epoca e in luoghi che devono si corrispondere all’episodio reale ma possono anche essere fantastici e diversi, nel senso che sono quasi sempre indefiniti (e remoti), mai descritti con precisione, e quasi mai nominati i nome dei luoghi. Tutte le fiabe devono iniziare in ogni caso con il “C’era una volta…” e/o “In un paese lontano…” senza dire ne dove ne quando e finire con “…è tutti vissero felici e contenti.”.

I fatti devono essere rappresentati impossibili e i personaggi inverosimili o inesistenti nella realtà quotidiana (molti fatti narrati possono accadere solo per magia e molti personaggi esistono solo nella fantasia popolare o mitica, e non di rado sono personificazioni di concetti astratti: il bisogno, il male, il dolore, la speranza, la soluzione, il premio, il lieto fine, ecc.);

E’ severamente vietato dare giudizi e inserire aspetti moralistici. E’ vietato far vivere al protagonista sensi di colpa. I personaggi sono o buoni o cattivi, o furbi o stupidi e non esistono vie di mezzo, la ragione sta sempre da una sola parte;

Inserire con la fantasia frasi o formule magiche;

Apoteosi finale (come ho detto) c’è sempre un lieto fine i buoni, i coraggiosi e i saggi — o stupidi — vengono premiati, i cattivi muoiono o vengono allontanati da un incantesimo;

le ragazze povere diventano principesse;

i giovani umili ma coraggiosi salgono sul trono;

la virtù premiata, la bontà vince, sempre.

Lo scopo è evidente: utilizzare la parola, ed in aprticolare lo schema della fiaba come atto terapeutico, la storia che cura.

Lo stesso significato del nome Manitonquant (autore del libro “Ritorno alla Creazione”) è Medicine Story. La storia che cura. “La fiaba della nostra vita” che cura (guarisce), questo è un libro che non ho ancora scritto e che non posso scrivere perchè è custodito come già vi dicevo, nella “Biblioteca dell’Anima”.

Sull’argomento invece de “la fiaba che guarisce” sono stati scritti molti libri. Se si va su internet è possibile trovarne alcuni veramente interessanti.
Essi però, a mio modesto avviso, affrontano la questione solo da un punto di vista psicologico invece io credo, per l’esperienza che ho verificato personalmente nei cerchi e che ho realizzato attraverso la “Fiaba della nostra Vita”, con diverse persone, si produce un “campo” piscomagico ( psicobiologico, psicotranspersonale) che Sheldrake chiama “campi morfogenetici” o Hellinger “costellazioni familiari” e “ordini dell’amore”.

Nella sostanza in questi cerchi interaggiscono sempre più “sistemi di comunicazione” (ascolto). Interaggiscono contemporaneamente e quindi non c’è solo una parte cognitiva ma fondamentalmente traspersonale e biosistemica (emozionale) e quindi morfogenetica per me magica.

Così, sia la persona che racconta la propria fiaba, come le stesse persone che ascoltano – con le “intenzioni” del cerchio – ne hanno benefici.

Ne sono certo, per averlo vissuto direttamente, che la nostra stessa percezione subisce un cambiamento che va al di la di noi stessi e si congiunge a quella parte che possiamo chiamare “coscienza universale”, quella coscienza che non ci appartiene e dove tutti possono attingere attraverso canali eterei. Coscienza a cui tutti siamo collegati, tanto che persone assenti al contesto e neppure richiamate direttamente dal racconto possono rivolgersi a noi che partecipiamo al cerchio, attraverso un vissuto della persona che racconta la fiaba ed a specchio interagire con noi o con altri. Persone a noi care che magicamente ci chiedono conto e ragione di quello che facciamo e quindi comprendere come è possibile cambiare in positivo la nostra situazione presente.

E, li comprendi che siamo tutti “collegati in rete” in maniera cosi magica che quando ti alzi dalle due ore del cerchio hai consapevolezza di cosa può significare parlare attraverso l’etere e come sia possibile guarire con la fiaba ma anche con quella che ci hanno raccontato le altre persone.

Per questo motivo ho proposto ad un mio amico Medico Oncologo dell’ospedale dove lavoro di realizzare un Cerchio del Clown Scemano che abbia come punti cardini tre aspetti: Il cerchio, La Fiaba, Il sorriso (gioia).

Molte volte mi sono trovato di fronte a persone che in due ore di cerchio hanno focalizzato la possibilità del loro cambiamento e come anche collegato a ciò si sono affievoliti i dolori fisici che avevano all’inizio. Se non scomparsi del tutto.

Questa a mia opinione è la conferma ulteriore di come l’approccio alla presa in cura delle persone deve contenere la comprensione di più sistemi in relazione tra di loro e non uno solo o ancora peggio separati tra essi.

Oggi la iper specializzazione in medicina ha fatto il paziente a pezzi. Lo stesso medico iper-specializzato resta incapace di accogliere la persona nel suo insieme. Credo che il clown dottore debba sviluppare meglio questi aspetti all’interno del proprio intervento.

Ora , …in verità è prima di adesso, che per voi è passato, ma è già per tutti futuro… per tutelare meglio il “DIRITTO alla FIABA della NOSTRA VITA” ho convocato per domenica 26 LUGLIO a Flumeri (AV) l’Avvocatissimo Gianni Puca, nostro dilettante fiabista, per elaborare un progetto di tutela e presa in cura con “La fiaba della nostra Vita”.

Nanos