“LA LUNA E I CALANCHI” ALIANO (MT) 22-26 agosto 2018

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Più che un Festival è un pellegrinaggio che si ripete da molti anni, con il nostro carissimo amico Franco Arminio che ne cura la Direzione Artistica e  delle tante persone che lo popolano.

Quest’anno, dopo l’assenza dell’anno scorso perchè impegnati per la preparazione del convegno “Clown a Consulto” del 30/09/2017 a Salerno, ritorniamo convinti e con immensa gioia con il nostro “CIRCO DI CAMPAGNA” per portare semplicemente un sorriso ed un pò di spensieratezza.

La luna e i calanchi è un festival che vuole raccogliere intorno a un paese e un luogo preciso il meglio delle tensioni civili e artistiche che si stanno sprigionando nel mediterraneo interiore, con particolare attenzione ovviamente a quello che accade in Lucania e nelle regioni vicine. Il paese raccontato da Carlo Levi come simbolo di un sud che costruisce nuove storie legate a un nuovo rapporto coi paesi e il paesaggio.

Il festival è una sorta di adozione collettiva di un paese e di un paesaggio nello spirito della paesologia. Fotografi, scrittori, pittori, registi, musicisti verranno a lavorare ad Aliano e lasceranno la traccia del loro passaggio nel paese.

La luna e i calanchi non è un festival in cui delle persone vengono a esibire la loro arte, nella logica del consumo culturale fine a se stesso. Ad Aliano si viene per costruire una nuova comunità intellettuale che parli non solo alla Lucania e al Sud, ma all’Italia intera e all’Europa, una comunità che intreccia varie arti tra di loro e poi le intreccia al paesaggio e a chi lo abita.

E’ il tentativo di coniugare arte e ambiente in un connubio non asservito alle logiche del puro consumo culturale. L’idea è che le persone del paese e gli artisti invitati e i visitatori del festival costituiscano una comunità provvisoria capace di infondere fiducia nella vita dei piccoli paesi.

PROGRAMMA E INFO LA LUNA E I CALANCHI 2018

Per informazioni logistiche:

Giuseppe Lombardi 327.7785161
Salvatore Serra: 340.6488294
Carmela Marino: 380.2142665
Claudia Fanelli: 389.9698197

La Solitudine del Clown….

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di Mauro Orlando…contro “il raffinato orgoglio della rassegnazione” (E. Flaiano)

“..Bisogna essere molto forti per amare la solitudine….bisogna avere buone gambe..soddisfazione del mondo….basta una camminata senza fine per i paesi poveri…dove bisogna essere disgraziati e forti …fratelli dei cani” (Pier Paolo Pasolini)

di Mauro Orlando

Scriveva Heidegger “ogni agire creativo ha luogo nella solitudine e nella consapevolezza dello smarrimento.. individuale e comune”….. questo ci porta a pensare che l’incompiutezza e la finitezza non è il limite del pensare umano ma esattamente il suo senso, essendo “l’essere-solo un modo difettivo” delle esistenza umana.

Esistono tante modalità di essere soli ma esiste una solitudine particolarmente dolorosa che si traveste di lietezza e gioia, quella del Clown.

Non è la solitudine del “satiro” intellettuale, del “flaneur” salottiero … inveterato, illuminista, paradossale e lieve …. intenta a smascherare luoghi comuni, accademismi, vezzi, velleità, mode della decadenze contemporanea. Non è mai una solitudine che produce disincanto, lucidità cinica e malinconica per struggenti disilluse passioni.

Una solitudine che rinuncia a posare sul mondo orrendo e superficiale che lo circonda, che sempre meno gli somiglia, il suo occhio acuto, beffardo e addolorato di irregolare e outsider ironico e sarcastico.

E’ invece la vocazione e la necessità di esporsi che lo costringe alla possibilità della derisione, della vergogna come forma di isolamento o la lontananza dell’altro da sé che ride e non per la performance ma per pigra incomprensione o vera ignoranza.

E’ la figura del “debole omino calpestato”, come lo definì Majakovskij, maschera triste di Chaplin di un goffo e smarrito illusionista “malgrè lui”, maschera tragicomica della solitudine moderna. Una singolare e profonda forma di solitudine di “uno eroe solo … lo sguardo del singolo …” nella incipiente e ormai realizzata società di massa.

Un antieroe dalla solitudine riflessiva e sentimentale che coincide con l’arte stessa sotto forma di volti imbellettati e gesti meccanizzati di “isole “ umane estrapolate e immerse nella folla distratta e selettiva.

A volte il Clown è portato nella sua creatività pretaporter a s-mascherare la solitudine dell’uomo comune che si ritrova a conquistare una discreta popolarità grazie ad atteggiamenti buonisti, leggeri e anche demagogici che possono portare al populismo come raffinata forma di isolamento e disagio di vivere.

E’ la solitudine dell’artista che parla del suo “io” con le parole poetiche o con la musica come scelta estetica e fuga e nascondimento dalla vita che si riscopre solo artigiano solo della lietezza, della gioia e della leggerezza come un forma speciale di “lavorare”.

Lavoro particolare che investe e pratica tutte le energie nella creazione continua dell’armonia inibita … isolandosi dalle passioni e dai sentimenti personali per svelare quelli degli altri.

Una solitudine appassionata in crescente tensione emotiva fertile e prolifica per eliminare le barriere sempre più insormontabili che la modernità ha costruito intorno all’io isolato nella massa, sul divano domestico della propria famiglia, o del estraniante ufficio o posto di lavoro come forma subdola di estraneazione e separatezza dalla vita personale, topo di scrivania o poeta d’ufficio?

E’ la solitudine di una sorte sguardo di archeologo del proprio “io” per ritrovare il “clown” che c’è nel profondo, nelle pieghe, nelle crepe, di ognuno di noi per ritrovare il senso di bene comune e del legame indissolubile e a doppio filo al mondo della memoria e quello della speranza in una continuità che richiede soprattutto consapevolezza e responsabilità.

Una solitudine quella del Clown che punta al riscoperta etica di comportamento ecologico con i territori e i paesi che ci hanno ospitato in una operazione di concreta de-estetizzazione del paesaggio e dei sistemi abitativi nel senso non solo del criterio del “bello” ma del “buono”.

Una solitudine che va con il recupero dei piccoli gesti e delle parole essenziali del suo vero senso di viverla nelle sue diversificate ramificazioni, popolamenti e anche affollamenti.

Il Clown, dunque, non solo come maschera buona dell’antieroe nella modernità infelice e incivile ma come ricerca della parte nascosta, creativa ed eterna nel chiaroscuro di un arte dell’isolamento e della coscienza critica e civica nell’emarginazione.

IL CIRCO DI CAMPAGNA in ALTURA FESTIVAL 2018

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Il Circo di Campagna è stato in tournée a Bisaccia (AV) per partecipare al mitico ALTURA Festival 2018.

Dal 2008 con il nostro mitico presidente onorario Prof. Mauro Orlando siamo soci anche dell’Associazione Comunità Provvisorie – Casa della Paesologia di Trevico (AV).

Con tanti altri amici e amiche ci incontriamo per andare tutti insieme “in vacanza intorno ad un filo verde”, come ci suggerisce Franco, perché siamo anche noi convinti che:….

“Abbiamo bisogno di contadini,

di poeti, di gente che sa fare il pane,

di gente che ama gli alberi e riconosce il vento.

Bisognerebbe stare all’aria aperta almeno due ore al giorno.

Più che l’anno della crescita,

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al solo che nasce

E che Muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione Anche a un semplice Lampione,

a un muro Scrostato.

Oggi essere Rivoluzionari significa Togliere

Più che Aggiungere, Rallentare più che Accelerare,

significa dare valore al Silenzio, alla Luce,

alla Fragilità, alla Dolcezza.

di Franco Arminio, da “Geografia commossa dell’Italia interna”. Ed. Bruno Mondadori;

La parola Clown deriva da Colonus, Contadino , lo Zotico, lo Zanni, l’Inurbano e ciò ci rende vicini, simili e partecipi convinti,  come Comunità RNCD a questi immaginifici eventi, come Aliano (MT) con “LA LUNA & I CALANCHI”.

Il nostro Circo di Campagna sfruttando le discipline tipiche del circo: le acrobazie, l’equilibrismo, le clownerie etc, ci permette di “mettere in gioco”….le nostre infinite ed amorevoli possibilità’ …. per riuscire cosi ad “addomesticare” tutte le nostre “bestie” ferocissime!

ALTURA FESTIVAL 2018

 

“IL CIRCO DI CAMPAGNA” – 8 LUGLIO – AGROMONTE MAGNANO (PZ)

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 Domenica  8  Luglio   dalle  18:30  alle  19,30

Anfiteatro di Piazza Grande, Agromonte Magnano (PZ)

Venghino signori e signore, venghino……

il Circo di Campagna

a cura dei  Clown  dell’ Associazione  Comunità RNCD  di  Salerno.

L’evento, al quale collaboriamo con grandissimo piacere, resta di promozione sociale ed e’ promosso ed organizzato dall’Associazione culturale TARASSACO di Agromonte Magnano (PZ)

Per info potete contattare direttamente il coordinatore dell’evento Michele al numero: +39 333 661 9302

Venghino, venghino Signori e Signore venghino con bambini, bambine, maschi, femmine o come vi pare, mamme, papà, generi, cognate, zie e zii, nonni fino a 110 ma  se accompagnati dai genitori o dai nipoti e pure di tutte le razze e colori!

 

LA CRISI DEL LUSSUOSO NIENTE

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Gli studi paesologici di Franco Arminio e le mie frequentazione in giro per i paesi della “Geografia commossa dell’Italia interna”, partendo dalla costa con la mia moto de tempo, mi hanno fatto sempre considerare un concetto: “lo spaesamento” (di me medesimo), come una condizione “rischiosa” in cui gli individui (me stesso, teme) temono di perdere i propri riferimenti domestici che fungono da “indici di senso” e da ciò più propensi a trattare la tristezza e la stessa morte, con paura!

In verità Franco con le sue “Cartoline dai morti” mi ha dato conferma anni fa, quando ancora inedite ce le leggeva da un suo quadernone, di quello che pensavo della mia “ricerca pedagogica” del clown sociale-dotto e che resta sempre più convinta di riproporre attraverso un mito, un rito al contrario (da: nascita, vita e morte) che lo stesso Ernesto De Martino ricercava nel nostro profondo sud attraverso i riti magici. Ultimamente anch’io, arrendendomi all’incapacità degli umani, mi sono rivolto ad un clown per fare un rito collettivo sciamanico per provare a far scomparire alcuni dalle scene politiche: “morte, rinascita, più vita”.

De Martino nella sua idea “di presenza” la individua come crisi che già allora si caratterizza dalle e condizioni diverse nelle quali un qualsiasi individuo per particolari eventi o situazioni: malattie, questioni morali, migrazioni, sociali, sperimenta un’incertezza, una crisi radicale del suo essere storico della “possibilità di esserci in una storia umana” in quel dato momento scoprendosi incapace di agire e ri-determinare la propria azione, anche partendo e considerando i propri fallimenti.

La de/storificazione al negativo anche ideologica relativa ai comportamenti condiziona le relazioni umana in una dimensione mitico – simbolica, non più neppur mediate da una religione che diventata sempre più rancorosa, se non in alcuni casi ostile, se non ancor peggio da un’ideologia, dalla stessa capacità di trovare una medicina, da una distorta informazione, capace di guarirci, per costringerci tutti oggi a vaccinarci o ad affidarci, in “questo non presente”, ancora, come me, ai riti magici.

Il dato esistenziale ha scatenato la crisi: morte, malattia, paura e altro ancora, viene mentalmente astratto dal contesto storico per entrare “nel presente”, nel quotidiano di ognuno.

Ora se non viviamo più miticamente: per riconoscerci di nuovo in valori condivisi, lo stesso mito del sessantotto resta solo una buona narrazione!

Lo stesso rito dell’incontro resta un comportamento orientato ad uno scopo, ripetuto con parole e gesti di significato altamente simbolici, se non si prefigge di costruire un nuovo mito e rito, esso stesso, diventa vuoto delle “stesse presenze” che si prefiggono di ri-costituire una comunità ri-sorta.

Insomma, lo stesso incontro se pur si prefigge di diventare un circuito volto alla ri-costituzione di un valore, di un mito e di un rito rischia di non essere una soluzione della crisi della presenza se si astrae dalla storia reale in cui agisce un negativo.

Insomma, non ci resta dopo la “morte politica” di un idea, di valori etc, celebrare la resurrezione del povero Cristo che ogni anno torna sul monte, facendo diventare lo stesso Cristianesimo un grande rituale funerario per una morte esemplare risolutiva del vario morire storico e del non come riflessione spirituale, culturale, politica e per me qui solo esclusivamente pedagogia (esperienza dei vissuti) in questo tempo sospeso nel quale vivo come Clown Nanosecondo in pre-assenza di Enzo e della sua stessa “pre-senza umana”.

In tal senso attraverso il rituale “pedagogico del mio clown” della lettura di alcune “cartoline dei morti” (Ed. Nottetempo di Franco Arminio), mi ripropongo una lettura del mitico miracolo della resurrezione e mi pongo nella prospettiva di far MORIRE PRIMA, far RI-NASCERE E far RI-VIVERE CON UN’ALTRA PROSPETTIVA….. ANCHE ME!.. rispetto a ciò che muore che è già morto e non se ne era ANCORA accorto!

Abbiamo un esempio storico di soluzione della crisi ed è la garanzia, mediante la “fede della presenza” del risorgere non solo come persone ma come comunità. De Martino indagava sulla persistenza, nelle realtà marginalizzate del profondo sud ed oggi anche di tutte le periferie urbane ed anche lui si chiedeva: “ma, gli ultimi quando potranno essere i primi?”, ricordandoci il “pianto funebre”.

Rito antichissimo e diffuso prima dal Cristianesimo in tutta l’area mediterranea, che ancora purtroppo persiste in una certa forma di rovesciamento culturale nell’Italia di oggi, dove non c’è solo più un sud che vuole provare a guarire e che in ogni caso rivendica e che prova a riscattarsi, per non piangere più, ma anche un centro ed un nord ormai a sua immagina e somiglianza se non peggio. Pare che oggi, ci sia piu’ ricorso nel profondo nord ai riti magici che non nel sud.

Ora, se il pianto rituale nasce, a fronte della crisi del cordoglio e della esigenza di elaborare culturalmente un lutto, de-storificandolo dall’evento luttuoso, soggettivamente vissuto, per riportarlo ad una dimensione mitico – rituale, mi chiedo se non rischiamo (rischio) ancora adesso di dover continuare a fuggire via (io con la mia moto) e voi da un tempo ormai sospeso, per non piangere più?

Ho una speranza. La nostra esperienza in Comunità Provvisorie, come la nostra, rappresenteranno in futuro un’abitare in un “lussuoso niente”.

La casa della Paesologia di Trevico (AV) già oggi accoglie molti comunitari provvisori, soggetti smarriti che per effetto di un autismo corale, traboccante il frastuono dei mass – midia e delle nostre caotiche global city, si stanno ritrovando per non piangere più, riproponendo di cantare tutti insieme “bella ciao”!

Il pieno sta profondamente trasformando il sentire di ognuno ma è proprio questo pieno che ci spinge verso un “nuovo sentire” che pian piano diventerà motore trainante di molti, per evitare quel declino, che lo stesso contesto competitivo, non ci sta contaminando solo terre, mari e cielo, ma tutte le nostre stesse esistenze.

La stessa facilità del come acquistare beni e servizi sta condizionando la stessa trasformazione dei modelli di consumo. La stessa ricerca del nostro “lussuoso niente” resta però sempre più necessaria a tutti perché appartiene al fantastico alla possibilità reale di mantenere vivo un desiderio un sogno.

L’esigenza del “lussuoso niente” resta così fondamentale all’animo umano proprio perché quasi tutto ormai resta accessibile, non ci sono neppure più negozi con clienti, ma solo compratori. E quali possono essere oggi i loro desideri, le loro aspettative?

C’è necessita per questo di creare “nuovo marchi”, nuovi “beni immateriali”: un “lussoso niente” per creare un equilibrio, tra tradizione e innovazione, localismo e globalizzazione, esclusività e diffusione.

I piccoli paesi, come Trevico (AV), dove abitiamo nella nostra immaginifica “Casa della Paesologia”, sono di per se esclusivi ed unici, sono diffusi e quindi accessibili, sono realtà che rispettano la loro storia e identità e potrebbero essere capaci di trasformare la semplice complessità in opportunità di accoglienza e di “crescita col niente”.

Per questo credo che le nostre “Comunità Provvisorie” con le sue associate “Case della Paesologia” devono realizzare un “proprio marchio” del “lussuoso niente” e proporsi nel “mercato globale” dei sogni e desideri praticabili che la stessa esperienza vissuta mi rende sempre più consapevole della sua necessità e preziosità.

Il “Manifesto di Trevico” potrebbe rappresentare la premessa per l’elaborazione e la realizzazione del brand-marchio del “lussuoso niente”.

(immagine di copertina di Andrea Semplici, per amichevole e gentile concessione)

 

IL CLOWN E’ RITO E MITO

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Il lavoro di ricerca del proprio clown è un rito sacro perché trae le sue origini dalla liturgia, dalla preghiera, dalla fede.

Il lavoro che ci si impegna a fare ha a che fare con il “pericolo”, con la “fatica”, con il “sacrificio”, perché come persone civilizzate abbiamo perso il senso dell’autoironia.

Ogni giorno siamo costretti a metterci maschere perché in fondo abbiamo paura di sacrificarci per riprenderci il potere di ridere di noi.

Il clown, il suo viaggio, non lo realizza camminando in orizzontale, ma in verticale; lui è un’acrobata d’altezza!

Egli, non può restare prigioniero della sua vita visibile, perché ha bisogno di liberare ogni suo potenziale invisibile.

Ogni parte visibile della nostra vita è già nota e resta il testo che tutti possono sentire e vederci recitare ogni giorno.

Per questo la “strada invisibile” che si chiede di percorrere al clown è rappresentata dalla sua capacità di esporsi al divino (ed in tal senso verticale), perché questa è l’unica strada che lui stesso potrà scoprire per essere felice e così trasmetterla a chiunque assisterà al suo passaggio.

Il significato della differenza tra fare il clown ed essere clown si racchiude in questo ri-proporsi, ricercarsi e ritrovarsi, attraverso questo “cammino verticale” che si trasforma esso stesso in rito. Non fare come se fossi, ma credere, avere fede in “se”.

La sacralità del clown sta in questo piccolo e semplice precetto: cercare la propria verità, prima di poterla comunicare agli altri, è ri-creativo, perchè la nostra è sempre una “crisi di presenza”.

Ciò significa dotare il clown dei “propri strumenti” e con essi, delle infinite possibilità che la vita gli offre (ci dà).

In tal senso credo che che sia giusto sfatare un “falso mito”: essere clown è far bene all’altro(!?).

Se riflettete ciò ci renderebbe di nuovo prigionieri di una aspettativa, farci apprezzare dagli altri, al contrario il compito di un clown è quello di essere – prima lui – semplicemente sereno e felice, ultimo degli ultimi.

CLOWN DOTTORI A CONSULTO – 30 SETT 2017 a SALERNO

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Alcuni ricordi dell’immaginifica giornata trascorsa in bella compagnia:

Ognuno di noi é mito e rito e per questo é necessario che ognuno si prenda cura di sé, provando ogni giorno a stare nella bellezza. Non si cura l’organo ed ogni malattia, se non ci si prende cura prima della nostra anima. Il clown è fatica lo so e non si fa il clown, perché bisogna essere clown! Tutti i giorni, altrimenti non lo si é! Io sono un clown e mi chiamo Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni e provo così a camminare nella bellezza. Certo non sempre ci riesco da solo ed è per questo che provo sempre a farlo insieme per  colorarmi la vita! Si, così come abbiamo fatto oggi, con l’aiuto di tutti voi e della mia carissima amica Doris Maninger, perché? Come ci ricorda lei: “quando facciamo qualcosa insieme é sempre”: #bellaperforza30x60

 

Prendersi cura di….

30/settembre/2017   09,00 – 19,00

Aula Scozia

Azienda Ospedaliera Universitaria di Salerno

Via San Leonardo, 131

SCARICA QUI IL PROGRAMMA

INCONTRO APERTO, PROMOSSO ED ORGANIZZATO

DALL’ASSOCIAZIONE COMUNITÀ RNCD

info@radunonazionaleclowndottori.org

http://www.radunonazionaleclowndottori.org

Coordinamento Enzo: +393384122630

 

In collaborazione con: Coop Sociale Naukleros “Scuola SICLOT Brinidisi; Associazione Stringhe Colorate Como; Associazione Formazioneper.it Roma; Associazione Nasi Rossi Clown Therapy Scafati (SA); Associazione Smile & Friends Napoli; Associazione Parco del Cilento Centro Studi ”M.Franciulli Battagliese” Ascea; Associazione Yoga Matha Matera; Scuola Triennale di Musicoterapia “Carlo Gesualdo” Avellino Associazione Università Popolare A.N.T.E.O. “Nuova Era”; Accademia Nazionale Tecniche Energetiche Olistiche; Capaccio (SA); Associazione Moto Perpetuo onlus, Salerno.

Con il patrocinio morale di: Azienda Ospedaliera Universitaria di Salerno e Organizzazioni sindacali provinciali CGIL FP, CISL FPS, UIL FPL Salerno.

….la giornata del clown a Salerno…
gruppo finale
uccelli migratori
con ali appesantite
da sogni pratici
e dal caldo luminoso
del mediterraneo dell’anima
volano verso il freddo …
dopo amori
a prima vista. (di M
auro Orlando)22089620_10212874150482847_703526075540347703_n

P.S. A breve raccoglieremo in una dispensa tutti gli interventi dei relatori al convegno, per pubblicarli qui nel nostro blog, per il libero apprezzamento.

Grazie a tutti per la vostra disponibilità e contributo.

 

 

 

 

 

 

LA PEDAGOGIA DEL MIO CLOWN

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copertina di Andrea Maddaloni
DISPENSA, 
realizzata a cura 
del Clown Nanosecondo 
al secolo  Enzo Maddaloni,
che ne ha fatto dono, in forma di libro,
all'associazione stessa... 

PER IL LIBERO APPREZZAMENTO.


Questa è un’opera d’ingegno a carattere artistico ri-creativo, senza fini di lucro.

Il lavoro in parte è già edito dal 2008 in diversi post scritti all’interno (qui) del blog della nostra associazione Comunità RNCD. Già dal 2014 avevo iniziato a sistemarli in un file che ora trovano una nuova e spero più coerente veste dandogli forma di “libro-dispensa”, per il libero apprezzamento. Ho donato alla nostra Associazione Comunità RNCD sia la prima stampa del libro-dispensa, nella forma grafica che qui potete vedere in anteprima, che ogni diritto, in via esclusiva, a sostegno degli scopi sociali.

Liberatoria dell’autore e donazione all’uso per gli scopi sociali

Per mia espressa volontà personale, tutti i diritti, restano riservati all’Associazione Comunità RNCD e la relativa raccolta fondi collegata, a questa iniziativa, resta finalizzata, esclusivamente, a sostenere  gli scopi sociali. Per questo ne è vietata la vendita.

Clown Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni – Presidente -pro/tempre.

PER IL LIBERO APPREZZAMENTO potete prenotarvi una copia e farci dono così della vostra generosità, inserite sempre la causale “donazione” le vostre generalità ed indirizzo, ve la spediremo fino a casa, se non avremo possibilità di incontrarci di persona. Per questo siate generosi con le vostre offerte ricordatevi che le spese di spedizione saranno a nostro carico:

info@radunonanzionaleclowndottori.org

questo il nostro conto corrente postale/banco posta:

CC POSTALE 3232889

Iban: IT06 P076 0115 0000 0000 3232 889

intestato a: COMUNITA’ RNCD

Ne è vietata la vendita, questa è un’iniziativa di fund resing a sostegno delle attività sociali.

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Alcune recensioni:

“Comicoterapia, Maddaloni scrive il manuale del sorriso”. Articolo di Marcello Napoli, Il Mattino (Salerno) 01_03_2017

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Copertina di Andrea Maddaloni. Stampata a dicembre/2016 da Arti Grafiche Capozzoli – Pontecagnano(SA), in obbligo per il deposito di Legge n. 106 del 15/04/2004.

Per ogni ulteriore info mi potete contattare sul numero mobile: +393384122630 Enzo Maddaloni – Presidente Comunità RNCD

METTIAMOCI IN CERCHIO

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Diciamolo pure. Pensiamo un po’ tutti che in ogni evento vi sia chi ha ragione e chi ha torto.
Ci meravigliamo che le differenze producano equivoci, ambiguità, distorsioni nella comunicazione e conseguentemente conflitti.
Il conflitto, invece, è indicatore di movimento, di emozione, in poche parole di vita.
Senza dubbio esistono conflitti inutili, e in effetti molti dei litigi fanno parte di questa categoria, ma dovremmo ridare cittadinanza ai conflitti, come occasioni di chiarimento, cura delle relazioni, scoperta di nuovi lati di noi stessi e degli altri.

Perché non pensare a una gestione creativa dei conflitti?

E cosa c’è di meglio del Cerchio per affrontare un conflitto?

La figura geometrica del Cerchio ha in questa fase epocale la possibilità di entrare con più forza nella vita quotidiana: nella progettazione urbanistica, nel disegno degli spazi pubblici, nell’arredamento dei luoghi d’incontro e nel design di prodotti e oggetti. Mettersi a Cerchio significa mettersi sullo stesso piano, potersi vedere negli occhi, essere più partecipi dell’evento, intervenire superando le asimmetrie che una cattedra o una geometria unidirezionale comportano.

Insomma, il Cerchio nella progettazione sociale facilita la pratica della democrazia.

Questo libro rappresenta un contributo prezioso e concreto nella riprogettazione degli spazi relazionali. È ispirato dalle fonti più autorevoli dei nativi americani secondo le quali la via del Cerchio è la via del cuore. Esserne pienamente consapevoli rende possibile creare un’armonia tra il battito del nostro cuore, il nostro cervello e il ritmo vitale della Terra.

“Quando ci ritroviamo insieme in un Cerchio ci sentiamo nel posto giusto e in armonia con la nostra natura.” (Manitonquat)

Ho il piacere di annunciarvi un “lieto evento” con l’aiuto anche della mamma di Socrate che faceva l’ostetrica, abbiamo partorito insieme al nostro amicissimo Alberto Terzi di Como e Sidney Journò di Roma con La Meridiana Edizioni il libro:

“METTIAMOCI IN CERCHIO”

Manuale per favorire il dialogo e la democrazia nei gruppi

a cura di J. Sidney & E. Maddaloni

Lo so vi strapperete i capelli e sarete pronti a fare la fila davanti alla vostra libreria per acquistarlo, state tranquilli/e prevediamo la ristampa ad un milione di copie vendute…..uaooo!!!

La casa editrice ci ha fatto sapere, come fanno da qualche tempo, che: “…..lanciamo i libri novità offrendo la possibilità di acquistarli per le prime due settimane con il 15% di sconto sul prezzo di copertina che è di Euro 13,50 (spese di spedizione escluse); inoltre abbiamo attivato un piccolo assaggio di lettura sfogliabile (lo trovate cliccando qui).

Siamo grati a Manitonquant per i suoi insegnamenti e questo lavoro è il frutto di un lavoro corale più che solo di un esperienza personale. Un viaggio lunghissimo per me durato oltre una vita…..insieme a tanti amici ed amiche, con i quali ho avuto il privilegio di sedermi in cerchio per parlare con il cuore.

Sono grato per questo a tutte queste persone che ho incontrato in questi anni della mia vita e che mi hanno insegnato un sacco di cose di me.

Sono grato in particolare ad alcuni/e di essi/e che mi hanno messo a dura prova…sono grato a quanti di loro oggi sono clown e clownesse “dottori” (sociali) e si stanno prendendo anche loro cura di se stessi e di noi tutti.

Ecco si sono grato oggi a tutti voi amici ed amiche vicini/e e lontani/e
e vi porterò sempre nel cuore custodendo nella mia “biblioteca dell’anima” tutte le cose che non ho potuto scrivere in questo libro e che potrete solo conoscere anche voi praticando si praticando la via del cerchio, la via della bellezza.

Questa è solo un’ulteriore tappa per ripartire dal cerchio, la via della bellezza.

Aho! Grazie di Cuore, Enzo

“ANGELI PERDUTI?”

In ognuno di noi vive e ci abita una presenza scandalosa, implacabile, che resta però onesta ai nostri bisogni d’amore. Questa presenza ci viene uccisa ogni giorno dalle forme delle maschere del quotidiano che abbiamo l’obbligo di mettere, ogni giorno. Quest’obbligo non è solo una forma di “costume morale” ma un modo di essere, fisico e mentale.

Nel teatro ciò viene rappresentato proprio attraverso l’uso delle diverse maschere, che hanno una necessità pedagogica e drammaturgica di farci accettare tutto ciò, che ben presto, ci accorgiamo che resta inutile.

Perché inutile?

Ogni nostra crisi e sempre una crisi di presenza. La prima di tutte è l’assenza a noi stessi, o meglio nella capacità di proiezione e “presentazione” di noi stessi nel mondo.

Chi sono io? Che ci faccio qui? Il clown ha bisogno sempre di giustificare la sua presenza.

Come in un attraversamento di un guado viviamo la nostra vita di margini. L’unica cosa in coscienza resterebbe il vivere in una pozzanghera in cui anche la più piccola buca, per fortuna però, ci produce un’azione intenzione che ci apre alla necessità di ampliare il nostro punto di vista, non solo sulla pozzanghera dove abbiamo messo i nostri piedi, per trasformarci tutti in ranocchi, pur di soddisfare, come la principessa, il nostro bisogno d’amore.

Nel clown cosi si abbandona la forma pensiero maschera, per acquisire una nuova “postura narrativa” molto più semplice e che si basa sull’affrontare tutti i nostri conflitti, che restano gli elementi fondativi per una scoperta di sé.

In tal senso il “se” però diventa congiunzione e non più affermazione, di uno io scisso e frammentato, ma di relazione tra l’io è l’altro, da me.

Attraverso la pedagogia del “mio” clown si crea un tramite tra quell’io scisso ed un sono riappacificato che non pretende più di sentire tutto in tutte le maniere, o meglio nelle maniere (maschere) date, ma circoscrivendo ogni desiderio li attua attraverso una semplice intenzione, il fare qui ed ora: verbalizzando semplicemente ogni conflitto in poesia.

Il paradosso e che lo stesso conflitto fra quest’io e il mondo viene espresso nella forma più schietta, onesta, romantica ed in questo senso il clown è poesia fatta persona.

Nella poesia non c’è mai morale se non un fine a se stessi poetico. La poesia ci aiuta come la fiaba a sciogliere i blocchi e ci spinge, ci obbliga ad immaginare un qualcosa che va oltre ogni siepe. Un infinito oltre quella siepe che altri ci hanno opposto al nostro sguardo. Qui un mondo nuovo ci appare. Spazi inesplorati, non più limitati da confini invisibili, al nostro potenziale espanderci.

Ogni essere clown va preso per quello che è, pensando al pudore e alla sete di vita di ognuno che a volte rischia di essere ancora prigioniera di una adolescenza che non è stata capace di farci costruire fantasie gigantesche e immaginifiche.

Agli occhi del clown cosi appare un mondo disincantato (si non incantato) non più condizionato nello sguardo. L’essere clown cosi va oltre ogni profilo nebbioso, o di montagne che non siamo riusciti a scalare, apre semplicemente la vista verso una terra piena di echi che con le loro frequenze rompono i blocchi.

Pare che in ognuno di noi esiste una finestra diversa che ci faccia vedere il mondo sotto una luce diversa. La luce è quella dell’esperienza che rimane. La luce è il nostro stesso brancolare selvaggio e ignorante, l’inseguimento alla cieca di quei desideri disperati e sempre beffati dalla sorte.

Ora però sappiamo che non esisterebbe la luce senza le ombre. E sappiamo adesso che la dimensione delle nostre ombre ci fanno misurare la distanza tra noi e la stessa fonte di luce.

In fisica si studia la curvatura dello spazio. I desideri nella loro grandezza restano le cause del principio di curvatura che resta relativa alla forza gravitazionale dei pianeti ed in noi all’avidità per non farci divorare dal mondo.

I limiti sono infiniti e gli aspetti di queste forze non ci fanno riuscire ad abbandonare la nostra ragion d’essere insaziabili di queste energie., ma è proprio catturando queste energie che nell’ebbrezza del possibile gioco tra luci e ombre che lo stesso conflitto diventa una forza strutturante dello stile del nostro essere clown.

E cosi potremmo comprendere meglio del come il nostro essere clown è composto da esseri superiori, “angeli perduti?”.

Clown Nanosecondo